Va meglio, ma non è finita


BOLOGNA, 10 GIU. 2010 – Le imprese dell’Emilia-Romagna soffrono ancora. Anche se all’orizzonte si intravede una leggera ripresa, non siamo ancora fuori dalla crisi. E’ questo il quadro che esce dall’ultima rilevazione di TrendEr, l’osservatorio congiunturale della Micro e Piccola Impresa regionale relativo al secondo semestre 2009. Una situazione non propriamente rosea, soprattutto a livello di aspettative degli imprenditori locali, ma comunque non priva di speranza. I tentativi di reazione ci sono, a mancare è una visione d’insieme capace di offrire una valida risposta e di rimettere in moto il sistema, che per ritornare competitivo ha assoluto bisogno un grande lavoro comune mirato al cambiamento. Almeno secondo quanto è emerso dall’incontro organizzato stamattina a Bologna da Cna Emilia-Romagna, nella splendida cornice di Villa Guastavillani. In occasione della giornata-evento "Micro e Piccola Impresa.Lab – Gli orizzonti possibili", si è infatti cercato di analizzare le incognite che gravano sui tempi d’uscita da questa difficile fase economica. Prima di tutto, i numeri. Sono quelli della rilevazione effettuata sui bilanci di 5040 piccole imprese, inferiori ai 20 addetti da TrendEr, come sempre promossa da Cna e Bcc in collaborazione con Istat. E rivelano che il 2009 si è chiuso con un deciso rallentamento della caduta tendenziale del fatturato e con un miglioramento congiuturale rispetto al primo semestre dell’anno. Ma è una buona notizia a metà, dato che il fatturato complessivo, pur lontano dal -20,1% del periodo gennaio-giugno, è ancora in calo del 13 % rispetto a 12 mesi prima. Rallenta anche la caduta della domanda estera (da -30,6% nel I semestre 2009 a-20,8% nel II), così come quella del fatturato conto terzi (da -20,6% a -13,7%). Segni di un allentamento della crisi che fa ben sperare, ma che ancora non può configurarsi come ripresa. A livello di settori, c’è l’alimentare che dopo essere stato il primo a toccare il fondo è anche l’unico che ha ripreso decisamente a migliorare già quest’anno. La meccanica invece, pur registrando un fotre calo di fatturato, a fine 2009 ha dimostrato di aver reagito alla crisi con un notevole incremento tendenziale degli investimenti. In brutte acque, invece, il sistema moda, che conferma la gravità della crisi di domanda.A preoccupare però è soprattutto il pessimismo degli imprenditori, che per la prima volta dimostrano una scarsa fiducia nelle prospettive di ripresa rintracciabile anche nella riduzione degli investimenti. L’istituto Freni Ricerche di Marketing di Firenze ha effettuato, come ormai d’abitudine, un sondaggio sull’abituale panel di aziende associate a Cna e su un campione casuale di realtà da 1 a 19 addetti opreanti in Emilia-Romagna, per un totale di 322 imprese: il 62% di loro si considera ancora dentro la crisi. E visto che fino ad ora gli imprenditori regionali hanno dimostratto di avere un’altissima capacità predittiva (la curva delle loro previsioni coincide sostanzialmente con gli andamenti effettivi registrati da TrendEr), la ripresa sembra in effetti piuttosto lontana. La maggioranza degli imprenditori crede che usciremo da questa spirale negativa non prima del 2012. E quando si chiede loro cosa dovrebbe fare il Governo, concentrano gran parte delle loro risposte sul fronte del credito.Questo ha molto stupito il segretario regionale di Cna Gabriele Morelli, che ha introdotto il Focus intitolato "Andare oltre la crisi" constatando amaramente come che gli imprenditori non si aspettino più molto dalla politica. D’altronde, però, lui stesso si mostra deluso dalle misure messe in campo dall’esecutivo per contrastare una crisi che "inglobando l’Emilia-Romagna è andata a colpire anche i punti di forza del nostro Paese". Morelli rimprovera più che altro la volontà di minare con continue e pesanti tassazioni la creatività e l’intelligenza, eccellenza italiane da cui è necessario ripartire per riemergere dopo questa fase di recessione. Invece di valorizzare arte e cultura, che potrebbero dare il via alla ripresa, si insiste però a colpire il lavoro e il reddito risparmiando, al contrario, rendite e capitali. E non si è provveduto neppure, sostiene il segretario, a differenziare la manovra come avrebbe richiesto il federalismo. Non è stato toccato il Patto di Stabilità, allungando così per regioni come la nostra i tempi di pagamento. E in un momento in cui si ha estremo bisogno di una crescita dei consumi, questo non fa ben sperare. Gian Carlo Mazzucchelli, da pochi mesi assessore regionale alle Attività Produttive, ha ulteriormente rincarato la dose. Ha definito la manovra correttiva proprio in questi giorni all’esame del Parlamento "ancor più depressiva e anti-federalista". Convinto che da questa crisi si esca non con degli aggiustmenti ma con un reale cambiamento, Mazzucchelli sostiene che le misure che stanno per essere adottate rappresentino, anzichè uno stimolo, un rischio per il nostro sistema economico. E’ necessario un taglio culturale nuovo, un diverso modo di ragionare. E la Regione vuole provarci muovendosi su quattro assi. Si parte dalla finanza, visto che quella dell’Emilia-Romagna è l’unica giunta che ha assegnato 50 milioni di euro ai consorzi fidi per sostenenre gli investimenti delle imprese. Poi ci sono la ricerca e innovazione, con l’accellerazione dell’alleanza tra università e imprese attraverso i tecnopoli, e la green economy, garanzia di crescita sostenibile e durevole. E infine l’internazionalizzazione: una vera presenza delle nostre idee e progetti nel mondo, che sia il risutato di un ragionamento comune, di un gioco di squadra che offra un valido sostegno alle imprese.Butta gli occhi al di là dei confini italiani anche Enzo Rullani, docente della Venice International University. E spiega come la crisi abbia risparmiato – e di conseguenza rafforzato – i paesi emergenti, dando vita ad un riassestamento che ci costringe ora ad un riposizionamento del sistema. Ma niente paura: noi italiani, che per decenni siamo stati i cinesi d’Europa, adesso non siamo assolutamente tagliati fuori. Ora che Pechino ha recuperato la sua titolarità, noi dobbiamo posizionarci in posizione di complementarietà e non di concorrenza rispetto a questi nuovi mercati. Solo cambiando il nostro ciclo di sviluppo potremmo ancora dire la nostra. E questo vuol dire acquistare dall’estero a basso costo, vendere non solo ad europei e americani e sfruttare i nostri vantaggi specifici: flessibilità e creatività. Tutti possono farlo, anche le piccole imprese, che devono creare reti e ricostituire le filiere, per dare più valore ai loro prodotti sfruttando le singole capacità. e abbandonando una volta per tutte gli schemi del passato.

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