Università allo sbando, i ricercatori occupano


BOLOGNA, 18 MAG. 2010 – Prima l’assemblea, poi l’occupazione. Questa la scaletta della mattinata di protesta andata in scena in tante università di tutta l’Italia. A mezzogiorno le sedi dei rispettivi rettorati sono state invase dai ricercatori e dai precari del mondo accademico. Un’occupazione simbolica e pacifica, ma con un’intenzione ben precisa, contrastare il disegno di legge Gelmini fatto di tagli e precarietà. Un testo che, secondo i ricercatori, non garantisce prospettive certe di inserimento strutturato nell’Università.A sparire, spiegano, è la figura del ricercatore a tempo indeterminato. Così che per coloro che sono anche da 10 o 15 anni all’interno dell’università, ma con contratti ogni volta rinnovati, non vi è possibilità di vedersi stabilizzare la carriera. In Italia succede che anche i migliori cervelli diventano ricercatori precari dopo i 35 anni, poi, dopo sei anni possono sperare di accedere a un concorso per diventare professori associati, con una probabilità di riuscita intorno al 20-30%. Coloro che non ce la fanno devono abbandonare.Ciò che chiedono i ricercatori è coerenza e meritocrazia nel determinare chi meriti una cattedra e chi no. Ma soprattutto la garanzia che il ruolo del ricercatore non sia davvero destinato a sparire. Dalla loro parte c’è l’importanza ormai nevralgica del loro ruolo: con i tagli all’università approvati dal ministro Gelmini, i ricercatori rendono possibile il 30% dei corsi universitari in Italia. Corsi ai quali sono pronti a rinunciare, nel prossimo anno accademico, per dimostrare la necessità della loro permanenza nel sistema della pubblica istruzione.A Bologna dopo aver fatto fronte comune, i ricercatori, i precari e il personale tecnico amministrativo hanno incontrato il rettore Dionigi chiedendogli una presa di posizione sul disegno di legge. Dopo aver studiato il documento presentatogli dai circa duecento "occupanti" del suo rettorato, Dionigi ha fatto capire di non volervi apporre la firma. A suo avviso il ddl "non deve essere respinto, ma emendato", ha spiegato. Non abbracciando quindi la protesta, ma preferendo "la via dialogica, con chi è presente qua, ma anche con il legislatore", ha detto. Ddl di cui il rettore, d’altra parte, condivide "la tendenza di fondo: snellire il più possibile gli atenei e riformarli" e "la direzione, la meritocrazia e la valutazione. Creare un nesso tra didattica e ricerca, mettere al centro lo studente: tutti principi sacrosanti. Però poi ci vogliono le gambe su cui far camminare i principi", ha sostenuto.Uniche concessioni alle richieste dell’assemblea, la convinzione "che vada rivendicata l’autonomia, per non essere tutti regolamentati nei minimi particolari con un algoritmo unico" e il fatto che il ddl "dice troppo poco sulle risorse". "Certamente non soddisfatta" della risposta, Sandra Soster (Flc-Cgil). "Ricordo che con la Moratti, per infinitamente meno si dimisero tutti i rettori. E’ un segno dei tempi".

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