Uniti contro l’invasione del pomodoro cinese


9 GIU. 2010 – Sulla confezione può esserci scritto anche "prodotto italiano". Così come italiano, o in finto italiano, è anche il nome dell’articolo, come si vede su lattine che portano la scritta "Salsa". Dentro, il contenuto, è concentrato di pomodoro. Ma sulla reale provenienza non ci si deve lasciare ingannare: da qualche altra parte, più in piccolo, compare la sigla Prc, che sta per Popular Republic of China.Da tempo le industrie della trasformazione del pomodoro, molte si trovano in Emilia-Romagna, sono preoccupate per l’invasione di questi prodotti contraffatti dalla Cina. A dichiarare guerra all’invasione ci hanno pensato ieri Coldiretti, Unci e Aiipa, ovvero gli agricoltori, le cooperative di consumatori e gli industriali dei prodotti alimentari. Insieme, l’inedito schieramento ha firmato un protocollo d’intesa per chiedere "il controllo del pomodoro concentrato cinese che sta invadendo i mercati mondiali, l’obbligo di indicare l’origine del pomodoro utilizzato nei derivati e l’immediata e tempestiva attivazione del meccanismo di salvaguardia con un dazio doganale aggiuntivo come misura antidumping prevista dalla normativa comunitaria".Nell’ultimo trimestre gli sbarchi in Europa di concentrato dalla Cina sono aumentati del 174%. Le misure previste nell’intesa non sono a favore solo del made in Italy, in gioco c’è la salute dei cittadini e il lavoro di migliaia di persone. "Ciò che chiediamo è un’etichettatura chiara, più controlli alle frontiere e una regolamentazione equivalente in tutti i paesi europei, misure che sono attivabili fin da ora", ha detto Sergio Marini, presidente della Coldiretti.Secondo una stima della Coldiretti le famiglie italiane consumano all’anno circa 550 milioni di chili di pomodoro in scatola o in bottiglia. Il 70% della produzione italiana viene esportata sul mercato europeo, un business che vale due miliardi di euro all’anno e che dà lavoro a 20mila persone impiegate dalle 178 industrie del paese.

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