Unindustria o due?


© TelereggioREGGIO EMILIA, 14 AGO. 2012 – Hanno ragione Stefano Landi e Cristina Carbognani: la fusione tra Industriali e Confapi sotto l’egida di Confindustria è un fatto di portata storica per il mondo economico reggiano, che segna la ricomposizione di una frattura vecchia di oltre mezzo secolo. Per la prima volta dall’immediato dopoguerra, le imprese industriali reggiane saranno rappresentate da un’unica associazione, denominata Unindustria. La nascita di questo nuovo soggetto unitario è un potente segnale di semplificazione della rappresentanza in un settore che conta due associazioni artigiane, due della cooperazione, due del commercio e tre dell’agricoltura. Una frammentazione che è figlia della storia ma che spesso oggi è giustificata soltanto dall’istinto di sopravvivenza e dalla volontà di autoperpetuazione dei rispettivi gruppi dirigenti.
Ma l’operazione gestita da Landi e Carbognani apre anche qualche interrogativo. Ci limitiamo ad uno. Nel 1947 l’Api non nacque per caso. Nacque sulla base dell’idea che le istanze delle piccole e medie imprese non fossero adeguatamente rappresentate da Confindustria, mossa  piuttosto dalla spinta a promuovere gli interessi delle grandi aziende. Fino a qualche tempo fa, questa idea è stata molto chiara nella testa dei dirigenti di Confapi e degli imprenditori associati. Poi è venuta via via indebolendosi. Probabilmente, di fronte al collasso di Confapi a livello nazionale e in particolare in Emilia-Romagna, il gruppo dirigente reggiano non aveva grandi alternative, se non un accordo con la Cna. Ma se le ragioni che 65 anni fa portarono alla nascita dell’Api mantengono ancora una loro vitalità, i nodi della fusione potrebbero venire presto al pettine.

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