Una Costituzione per chi lavora e per chi produce


BOLOGNA 18 SET. 2008 – La Costituzione italiana è al passo coi tempi? E’ la domanda di fondo che ha portato Cna Emilia Romagna a organizzare un convegno per “rileggere” la Carta costituzionale a sessant’anni dalla sua entrata in vigore. Due esperti di diritto, Andrea Morrone e Diletta Tega, insieme a un professore di storia contemporanea, Roberto Balzani, sono stati chiamati per riflettere su quanto della nostra Costituzione mantenga pienamente la propria validità e quanto, invece, necessiti di modifiche. Emilianet ha incontrato Lalla Golfarelli, responsabile per la CNA regionale del dipartimento politiche sociali e sussidiarietà istituzionale.Il convegno organizzato da Cna Emilia-Romagna parte dal presupposto che la Costituzione sia incompleta su alcuni temi. Quali sono?L’iniziativa vuole sottolineare prima di tutto la necessità di salvaguardare e difendere la prima parte della Carta, quella dei principi fondamentali, soprattutto in questo momento storico vissuto dal Paese. Perché se da una parte possiamo dire che sono sparite le forze che hanno pensato la Costituzione, dall’altra c’è sempre da ribadire che non sono spariti i principi che in essa sono stati sanciti. Prendiamo per esempio l’articolo quarto. Stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Questo dovere coincide col principio di responsabilità.Poi c’è tutta la parte laburista della Carta, che ha costituito sempre una garanzia anche per il mondo dell’artigianato, una realtà caratterizzata dallo stare a metà fra impresa e lavoro. Un artigiano è, infatti, un piccolo imprenditore e allo stesso tempo una persona che lavora e produce. L’artigianato, inoltre, insieme alla cooperazione, è una forma di impresa esplicitamente garantita dalla Costituzione. Nell’articolo 45 si dice: “La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”. La validità di questi punti è tuttora inalterata. Ma dal punto di vista delle parti più operative della della Costituzione, si possono notare dei punti un po’ lisi, come accade per i tessuti.La parola mercato, all’interno della Carta, non compare. Da qui il segno della lontananza del testo, nella sua parte economica, dalla realtà di oggi. Il mondo è cambiato. E se è vero che il testo della Costituzione è rimasto più o meno sempre quello, non si può dire lo stesso di quella che chiamiamo “costituzione materiale”. Basta pensare a quanto accaduto negli anni ’90 quando c’è stata la legge sulla privatizzazione delle imprese pubbliche. Si trattò di un passaggio molto forte, la Costituzione stabiliva, e stabilisce ancora, la presenza dello Stato nell’economia, ma allo stesso tempo ha lasciato libertà a manovre che hanno modificato tale principio.Le modifiche apportate dalla riforma del 2001, relativa al titolo V della costituzione sono sufficienti oggi dal punto di vista degli artigiani?Attualmente la parte più debole della Costituzione, dal punto di vista dell’artigianato, è quella che mette nelle condizioni l’economia reale di relazionarsi là dove opera e produce, con le sue istituzioni di riferimento. Con la riforma del titolo V della seconda parte, è stato fatto un lavoro molto importante, tutte le competenze dell’artigianato sono diventate regionali, senza più nessuna confusione tra Stato e regioni.Molto è stato fatto, ma la cornice istituzionale necessita ancora di qualche aggiornamento per stare al passo con i mutamenti. Ora si discute di federalismo e in particolare di federalismo fiscale. L’artigianato ha bisogno di certezze dal punto di vista delle relazioni locali e regionali. Allo stesso tempo sente una voglia di virtù comuni. E un federalismo reale può essere un modo anche per le imprese di comprendere meglio il loro essere allo stesso tempo imprese e cittadini di una comunità su un territorio. Dove vi sono servizi che li accompagnano. Il federalismo può essere anche un modo per riavvicinare la politica all’economia senza però mescolare le due cose.Proprio nel federalismo fiscale, in un momento in cui tutte le forze politiche, sia di destra che di sinistra sembrano essere d’accordo, non vedete dei rischi?Più che dei rischi vediamo una necessità. La necessità di far comprendere ai cittadini e al sistema economico, come le azioni e il loro operare possano tradursi in azione pubblica. In questo processo può essere d’aiuto il federalismo fiscale. Resta ovvio che ogni impresa sa che il proprio lavoro non si inserisce in una regione sola, ma sta in una dimensione nazionale, in una europea e in una dimensione, addirittura, globale. Cna è fra coloro che dicono che un percorso ottimale potrebbe essere il federalismo seguito da una significativa costituzione nazionale, seguita a sua volta da un trattato europeo. Per l’economia è importante un ritmo di questo tipo. Perché non basta difendersi in una regione sola, non basta difendersi in un paese solo, è necessario avere la forza di una comune vocazione europea.Molte cose sono mutate. Allora, ai tempi dell’assemblea costituente, era necessario costruire un Paese che veniva da una storia drammatica dal punto di vista politico. Ci si trovava a un momento di rottura. Adesso noi possiamo lavorare sulla carta costituzionale tenendone la parte forte e adeguando quelle parti che non sono aggiornate al mondo globalizzato in cui ci troviamo, al bisogno che ha il Paese di riacquistare fiducia nella politica, in un’Europa che ha bisogno di forza, e al bisogno delle imprese di correre.Hai citato il principio di responsabilità. Può chiarire meglio in cosa consiste e cosa comporta per le istituzioni?La responsabilità è un principio che deve riguardare sia i cittadini che le istituzioni. Così come i cittadini devono, come dice la costituzione “svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” così devono fare anche le istituzioni. Questo principio più di ogni altro deve caratterizzare l’azione delle istituzioni e la chiarezza delle responsabilità e delle risorse a disposizione di ogni livello di governo della cosa pubblica, può aiutare cittadini e cittadine di questo Paese a ritrovare quella fiducia nelle istituzioni e nella politica che oggi sembra in gran parte smarrita.Cna ha un dipartimento dedicato alle politiche sociali e alla sussidiarietà istituzionale, che cosa significa?Cna è una forza sociale composta da imprenditori, i quali, però, hanno anche una gran voglia di stare nei luoghi dove la società si fa. Non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista sociale, delle relazioni sociali e delle relazioni istituzionali. Per quanto riguarda le politiche sociali ci sono molte cose che il privato, nel nostro caso si parla di privato associativo, potrebbe fare al posto dello stato. Lasciando stare, ovviamente, quei grandi settori che hanno bisogno di unitarietà, come la scuola e la sanità, che devono essere pubblici. Queste a parte, in altre funzioni l’associazionismo può alleggerire il pubblico. Il ragionamento di Cna è che al pubblico spetta il compito di dare ai cittadini le cose più importanti per essere cittadini, mentre ai dettagli ci possono pensare altri. Questa è la nostra sussidiarietà orizzontale. Quella verticale è tutta dentro al ragionamento sul federalismo. Se una regione alcune cose può farle bene da sola, perché mai lo Stato dovrebbe intervenire?

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