Una città a scomparsa


7 OTT. 2010 – C’era una volta una città dove la raccolta differenziata a domicilio costava troppo. Nel bel mezzo di un’estate, il sindaco decise che non valeva più la pena tentare di togliere i cassonetti dalle strade. Anche se stavano male e dentro ci finiva la spazzatura alla rinfusa. Per non rovinare esteticamente una piazzetta appena ristrutturata del centro, tre bidoni furono fatti mettere sotto terra. All’occorrenza un marchingegno moderno li faceva riaffiorare. Il sistema venne chiamato "a scomparsa". Gli ecologisti fecero sapere al sindaco che non era coerente dire che raccogliere il differenziato porta a porta era anti economico per poi spendere tanti soldi nel fare andare su e giù tre cassonetti. Che tra l’altro erano una goccia nel mare. Per un lavoro completo, tutti quanti i bidoni avrebbero dovuto essere interrati.Detto fatto. Il sindaco accontentò gli ecologisti. Per le vie della città non si videro più cassonetti dell’immondizia. Stavano tutti nascosti sotto la superficie. L’amministrazione ci prese talmente gusto che venne lanciato un nuovo programma politico, detto "a scomparsa". Un modello che risultò la chiave di volta definitiva per la risoluzione dell’annoso problema della convivenza con le persone Rom. Il progetto abbandonato delle campine per i nomadi, piccole aree sparse per la città e a loro dedicate, venne integrato con la modalità "a scomparsa". Il non vedere dove abitavano le famiglie di zingari piacque molto alla popolazione. Anche se magari gli scomodi vicini stavano dietro casa. Le campine tornavano in superficie per qualche ora a sera inoltrata, giusto per prendere un po’ d’aria.Geloso, l’assessore che si occupava dei quartieri con più immigrati, decise di far inghiottire dal sottoterra tutti i condomini che stavano nelle vie attorno alla stazione. Si partì con gli edifici che ospitavano nei propri locali commerciali delle rosticcerie di kebab. La città divenne un esempio nel mondo, per via di questo suo nuovo modo di risolvere i problemi. Una politica che i giornali più critici paragonavano al tipico gesto di chi nasconde la polvere sotto lo zerbino. Per dimostrare che "a scomparsa" non ci finivano solo le cose non gradite, al sindaco venne l’idea di mettere interrati anche gli asili nido della città. Un tempo considerate le migliori del mondo, le scuole d’infanzia locali finalmente tornarono sulle prime pagine dei più importanti magazine, citate come le prime "a scomparsa" della storia. Non contente dei riconoscimenti internazionali, le malelingue più perfide indicarono dietro l’operazione la mano delle cooperative di costruzione, interessate dall’avere un’infinità di metri cubi di terra da scavare. Un parcheggio interrato, in confronto, era un appalto da fare il solletico. La risposta del sindaco fu ancora nei fatti, ma stavolta di tipo propagandistico. Un gigantesco festival dal nome "ScompariRE" venne organizzato per celebrare i tanti risultati raggiunti in anni di sotterramenti. La manifestazione si tenne in una zona fiere appena rifatta su modello, ovviamente, inabissato. Il sottotitolo sui manifesti recitava "Quando le buone pratiche non si vedono".Col tempo sempre più pezzi di città vennero integrati al sistema "a scomparsa". Anche la nuova area che doveva sorgere nella parte nord venne riprogettata in versione underground. Si arrivò a tal punto che chi veniva da fuori improvvisamente si trovava davanti a una landa desolata. In superficie era rimasto soltanto uno strano manufatto: un immenso cavalcavia di metallo bianco che attraversava l’autostrada. All’uscita di questa un cartello col nome della destinazione e sotto la scritta "città a scomparsa".

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