Una Carpi fuor d’acqua


CARPI (MO, 13 mag. 2008) – Adamo Smith non la prendeva nemmeno in considerazione. Come bene economico, intendiamo. Stiamo parlando dell’acqua. E dire che lui, Smith, stava gettando le basi dell’economia liberista. Eppure, nel suo pensiero, all’acqua non corrispondeva alcun valore di scambio. Questo perché ai suoi tempi, nella seconda metà del ‘700, questa risorsa era considerata, insieme all’aria e alla luce, un bene illimitato. Poi ci furono le rivoluzioni industriali, l’inquinamento e il riscaldamento globale. Nel giro di pochi secoli, beni che in origine erano considerati inesauribili sono diventati risorse scarse. Oggi, a pensarci bene, facciamo fatica a considerare persino l’aria una risorsa illimitata, visto lo stato dell’inquinamento che ne compromette la qualità e la possibilità di sfruttarla all’infinito come deposito di scorie.Secondo teorie economiche più aggiornate, acqua e aria sono considerati beni comuni, ovvero beni esauribili ma dal cui sfruttamento nessuno può essere escluso. Il bene comune che più oggi conosce una situazione critica è in assoluto l’acqua. Sebbene nessuno abbia mai proposto di farla diventare un bene privato, i processi di privatizzazione che coinvolgono le reti idriche nei fatti ne hanno compromesso lo status di bene comune. Lo vediamo nei paesi del sud del mondo, dove l’accesso all’acqua è da tempo motivo di conflitti armati. Per non parlare del processo di “colonizzazione” che i paesi ricchi hanno attuato nei riguardi della risorsa acqua nei paesi poveri. In questi posti la maggior parte degli acquedotti è in mano a società europee e americane.Senza andare tanto lontano, gli aspetti negativi della privatizzazione delle reti idriche si sono fatti sentire anche in Italia. La logica del profitto ha quasi sempre portato a consistenti aumenti delle tariffe, ad un peggioramento della qualità erogata, all’esclusione dei morosi e delle fasce sociali più deboli. E’ il caso di Aprilia, nel Lazio, dove i cittadini han visto in poco tempo aumentare il prezzo della bolletta fino a 300 volte.Quello che è successo nel Lazio, secondo alcuni potrebbe verificarsi anche nelle altre regioni, Emilia-Romagna compresa.Il settembre scorso il Comune di Carpi ha deciso di vendere una quota pari al 40% delle azioni in possesso della società Aimag, la multiservizi (acqua, gas, igiene ambientale) che opera sul suo territorio e della quale possiede il 25% delle azioni. La decisione ha fatto storcere il naso a diversi cittadini, preoccupati dalla perdita di controllo da parte del proprio Comune su di un bene pubblico di vitale importanza come l’acqua. Non sia mai di doversi ritrovare un giorno nelle stesse condizioni degli abitanti di Aprilia, hanno pensato. Vale a dire con la bolletta dell’acqua alla gola. Da questi timori è nato un comitato e una proposta: far fare marcia indietro al Comune. I “guerrieri” dell’acqua carpigiani si sono così dotati di un’arma democratica: un referendum consultivo-abrogativo comunale, il primo della storia di Carpi. Sono state oltre tremila le firme consegnate a metà febbraio dal comitato promotore e il prossimo 20 luglio la cittadinanza sarà chiamata a decidere se cancellare o no quella delibera del Consiglio comunale che fa passare dal 25 al 15 per cento la quota di Aimag in possesso al Comune.Per un approfondimento sulla situazione globale dell’acqua e in particolare su cosa si sta muovendo in quel di Carpi, Emilianet ha incontrato Marco Bersani che è tra i promotori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, il coordinamento che riunisce tutte le realtà territoriali, le reti nazionali, associative, sindacali e politiche italiane che si battono contro la liberalizzazione e privatizzazione dell’acqua proponendo nuovi modelli di gestione pubblica basati sulla democrazia partecipativa.Che interesse ha un comune a vendere una parte delle azioni che possiede della società che si occupa dell’erogazione dell’acqua sul proprio territorio?Se il Comune lo intendiamo come collettività, non ha alcun interesse perché vendere a privati quote societarie di questo tipo, allontana sostanzialmente i cittadini dalla possibilità di avere un controllo e di esercitare l’azione politica sulla gestione della risorsa acqua, in un senso che vada a favore della collettività, si intende. Ti faccio un esempio: se l’acqua e l’energia vengono affidate al mercato, sarà molto complicato pensare di introdurre politiche orientate alla conservazione e al risparmio delle risorse. Anche se si tratta di necessità, addirittura globali, dettate dal cambiamento climatico. Il mercato però ha il maggiore interesse possibile nel massimo consumo di acqua e nel massimo consumo di energia. Dal punto di vista dell’interesse pubblico, quindi, non c’è nessun vantaggio. Spesso i comuni giustificano questi passaggi con necessità di cassa. In questo modo entrano a piedi pari nella logica di considerare l’acqua alla stregua di una merce, di un bene di mercato. Il problema è che ci dovrebbero essere amministratori lungimiranti, capaci di andare aldilà degli immediati problemi di cassa, perché problemi contingenti di questo tipo possono poi pregiudicare per decine di anni la possibilità di poter gestire le risorse.I risultati delle privatizzazioni, ovunque siano avvenute, sono abbastanza evidenti: aumentano le tariffe, aumentano i consumi, diminuisce la qualità del servizio e diminuiscono le garanzie per i lavoratori. Le posizioni di tutte quelle realtà che sono scese in campo, tra cui vi è Carpi, e che compongono il Forum dei Movimenti per l’acqua, non sono dunque pregiudiziali, sono “postgiudiziali”, nel senso che la messa sul mercato dei beni comuni in molte realtà è avvenuta, con risultati riscontrabili da chiunque. Non si tratta di ragionamenti astratti.Il comune di Carpi dice che quella vendita non comprometterà il proprio potere di controllo sulla società Aimag…Questa è l’altra favola che si racconta, e cioè che avere la maggioranza della proprietà dovrebbe di per sé garantire il controllo della società. Di fatto non funziona così. Chiunque ha esercitato un’attività in questo settore sa che la vera gestione, e quindi il vero controllo, lo fa chi ha in mano il sapere e cioè la società che poi gestisce materialmente le risorse.In seconda battuta, bisogna sempre considerare che stiamo parlando di società per azioni. Come Forum, noi contestiamo anche quelle a totale capitale pubblico, perché dal punto di vista della forma societaria rimangono comunque enti di diritto privato a cui il codice civile assegna l’unico compito di produrre dividendi per i propri soci e cioè di fare profitti. Ma costituire una società per azioni vuol dire automaticamente allontanare la partecipazione dei cittadini. Ciò avviene a maggior ragione se nella società, oltre agli enti locali, ci sono anche dei privati. Questo perché una S.p.a., essendo un ente di diritto privato, non è tenuta, ad esempio, a produrre documenti per la cittadinanza e non è obbligata ad avere una relazione di trasparenza coi cittadini.D’altronde lo dice anche il dizionario: il contrario di “pubblico” non è “privato”, ma è “segreto”. Più riduco, quindi, la sfera del pubblico più aumento quella del segreto, della non trasparenza.Per fare un semplice esempio, Acea di Roma, che è una società mista pubblica-privata, ha comprato l’Acqua di Lima in Perù, l’acqua di Yerevan in Armenia, l’acqua di Tirana in Albania, l’acqua di San Pedro Sula in Honduras. Ma queste scelte non solo non sono passate dal Consiglio comunale (pur essendo Acea per il 51% proprietà del Comune di Roma), molti dei consiglieri comunali nemmeno erano a conoscenza di tali manovre. Si è trattato cioè di scelte totalmente aziendali fatte all’interno dei consigli d’amministrazione.Gli amministratori di queste società per azioni, però, sono capaci di dire che la privatizzazione dell’acqua non esiste perché in realtà si tratta solo di usare uno strumento, sì privatistico, ma messo nelle mani di enti pubblici…Qualcuno lo chiama socialismo municipale, io lo chiamo capitalismo municipale, che consiste appunto nel trasformare un bene pubblico in una sorta di bene di mercato.Ma se si è in presenza di un monopolio naturale, un vero mercato, e di conseguenza una liberalizzazione di certi servizi, non è possibile. Perché non è che a Carpi si possono fare sei acquedotti e poi il cittadino ogni mattina decide a quale di questi rivolgersi. L’acquedotto è unico, quindi non è possibile l’istituzione di un mercato. Le alternative sono tra gestire quella rete idrica in regime di monopolio pubblico oppure in monopolio privatistico. Trattandosi di un bene naturale, noi del Forum pensiamo debba essere gestito dal pubblico; ovviamente da un pubblico che abbia un forte controllo fondato sulla partecipazione dei cittadini. Secondo noi non ci sono altre possibilità.Affermare quindi, come fanno molti dirigenti di Spa, che ci vorrebbe più mercato, in realtà è un modo di dire “dateci le mani libere per poter utilizzare un bene pubblico in modo da competere sui mercati internazionali”. Siccome stiamo parlando di beni strettamente necessari ai cittadini, questa idea che debbano stare sulla competitività finanziaria internazionale, significa poi non garantirne l’universalità di accesso a tutti quanti.Ai dirigenti delle S.p.a. si dovrebbe poi chiedere più coerenza e ricordare loro che sono stati collocati dove si trovano dalla politica e non da un concorso pubblico. E che magari pure le loro società hanno avuto un affidamento senza gara. Poi però sono capaci di andare sul libero mercato in altri posti, e di vincere gare proprio grazie al fatto di avere avuto in precedenza un affidamento diretto senza gara.L’Emilia-Romagna dal punto di vista del modello ibrido pubblico-privato ha fatto un po’ scuola?A partire per prima è stata l’Acea di Roma, poi sono partite altre società, con modelli anche differenti, tra cui anche Hera, in Emilia-Romagna. Nel centro nord è in atto un continuo tentativo di costruire sempre maggiori aggregazioni. Hera sta discutendo se agganciarsi a Iride, che è la multiutility della Liguria e del Piemonte, e se inglobare Enia che è la multiutility di Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Prima delle recenti elezioni amministrative a Roma c’era anche l’idea di un’unione con Acea. Lo scopo di queste aggregazioni è sempre lo stesso: mettere i beni comuni sul mercato della borsa internazionale.In cosa consiste quella proposta di legge popolare per la quale avete raccolto e depositato lo scorso luglio 406 mila firme?E’ una nuova legge quadro sul servizio idrico integrato. Prevede delle disposizioni e dei principi che riguardano la tutela della risorsa come l’introduzione dei piani di bacino idrico e dei bilanci idrici di ogni territorio. Senza questi non si può per esempio dare il via a trasformazioni del territorio, concezioni edilizie, concessioni di prelievi d’acqua eccetera.Seconda cosa importante della legge è che prevede un percorso per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Dove per ripubbliccizzazione noi intendiamo il superamento di tutte le S.p.a. e il ritorno a forme di gestione attraverso enti di diritto pubblico come l’azienda speciale o il consorzio tra comuni. L’idea di fondo è togliere la gestione dell’acqua dalle dinamiche di mercato prevedendo anche una serie di elementi che riguardano la tariffa. Una parte del servizio idrico dovrebbe tornare in capo alla fiscalità generale, perché essendo un servizio di interesse pubblico non dovrebbe essere totalmente coperto dalla tariffa pagata dai cittadini. Questa dovrebbe coprirne una parte, mentre un’altra parte, in particolare quella degli investimenti, dovrebbe essere affidata alla fiscalità generale.Poi si prevedono elementi di solidarietà internazionale per cui ci sia la destinazione di un centesimo per metro cubo di acqua a progetti di cooperazione per l’accesso all’acqua nel sud del mondo. Si prevedono forme di partecipazione in ogni territorio alla gestione dei servizi idrici da parte sia dei lavoratori del servizio idrico che della cittadinanza. Si tratta di una legge quadro secondo cui l’acqua è un servizio privo di rilevanza economica, nel senso che non dev’essere messo sul mercato, ed è una risorsa che dev’essere gestita dalle comunità.Nel panorama di tutte le vostre battaglie, quella di Carpi è piuttosto importante..Certo. A Carpi su questi temi c’è una forte sensibilità sociale, l’abbiamo sperimentato durante la raccolta firme nazionale per la quale anche Carpi raccolse molte più adesioni di quelle necessarie. Da questo punto di vista i cittadini sono spesso più avanti dei loro amministratori. Ogni tanto, dunque, ridare la parola ai cittadini è importante. Certo fa un po’ specie che venga convocato un referendum il 20 di luglio, quasi come se fosse una scelta per spingere all’astensionismo. Non si è mai visto che se io voglio far partecipare i cittadini convoco un referendum in piena estate.

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