Un supermercato con l’anima


“Alla nuova partenza di Coop1 l’ho definito un supermercato con l’anima – racconta Piera – per la sua storia ma soprattutto per la ricchezza dei rapporti interni. Qualche tempo fa, sulla rivista del sindacato pensionati della Cgil, è uscito un articolo dedicato al copùno e intitolato ‘Affetto in cambio di affettato’. Mi è sembrato un bel titolo perché avevamo (e c’è ancora) una grande clientela anziana, che non chiedeva solo la spesa, ma uno scambio di parola, un consiglio. Ma anche, come diceva sempre il mio collega Massimo Rivi, uno scambio di…ricette. Questo significava e significa tuttora che, per quella clientela, venire a fare la spesa non vuol solo dire portare a casa dei prodotti, ma cercare un contatto”.“Poi, noi avevamo coniato uno slogan riferito alla dimensione del supermercato, per sottolinearne la differenza con quelli che hanno aperto nel corso degli anni: dei negozi enormi ma senz’anima, dove questi rapporti non si possono sviluppare. Noi dicevamo che non ci piaceva ‘una vita scontata’. Scontata nella sua doppia valenza, sia come contenuto del lavoro, ma soprattutto in riferimento alle offerte. Perché puntare tutto sugli sconti voleva dire incentivare al consumismo, un atteggiamento che a noi non sembrava tanto in linea con la missione Coop. Ma questa obiezione la si poteva fare quando ancora Coop non era diventata un colosso della grande distribuzione, cioè quando il suo scopo non era puntare sui consumi, ma fare da calmiere soprattutto verso il reddito del lavoro dipendente. La Coop era nata per fare una concorrenza sui prezzi e nello stesso tempo per mettere in campo il valore della solidarietà: questi erano i contenuti Coop. Per cui poi era strano vedere questa crescita, lenta ma continua… Ancora adesso l’ex presidente Testi dice che se non fossimo cresciuti saremmo morti. Altre esperienze di cooperazione a livello europeo, è vero, sono rimaste piccole, non sono al nostro livello, però mi sono sempre chiesta se non sarebbe stato meglio non vendere l’anima. Questa è una mia riflessione, poi però c’è da dire che ci sono tante donne e uomini occupati in più, che si fa ancora un’operazione di calmieramento e, quello che interessa di più, che si sta attenti a salvaguardare il prodotto e la sua salubrità. Quindi dico ‘Coop è cresciuta, va bene’, ma la differenza tra una struttura del livello di Coop1 e un Ipercoop è abissale, sia nei rapporti con le lavoratrici e i lavoratori sia nei rapporti con i clienti”.“Quindi noi dicevamo no a una vita scontata: meglio fare meno sconti, ma offrire un servizio di qualità. Quando una persona ti chiedeva un’informazione potevi fermarti a dargliela, era questa la nostra filosofia. E io penso che sia stata una cosa altamente positiva. Steiner dà una definizione molto bella del marchio Coop: "quattro lettere unite, una cooperazione fra caratteri". Perché era proprio quello, già dal marchio: una cooperazione tra caratteri. E secondo me questo è stato un buon inizio”.Anche Piera ha visto la chiusura per un anno di Coop1, la lotta per la sua riapertura e poi il nuovo negozio in chiave minore.“Quando ha chiuso Coop1, quell’anno lì, la cosa che mi ha fatto male è stata vedere le tre saracinesche che danno su corso Garibaldi abbassate. Sono rimaste chiuse anche dopo la riapertura ed era la dimostrazione che gliel’avevamo strappata quell’apertura. Così volevano dire che il negozio non era del tutto aperto. Mi è dispiaciuta questa cosa. Invece oggi, con la nuova Coop1, chi passa di lì al posto delle saracinesche trova tre gigantografie di immagini del 1963, quindi la storia che continua”.Nel 2005 esce addirittura un libro, un vero e proprio giallo a firma Ivanna Rossi, ambientato proprio lì, in Coop 1.“L’autrice, che è stata anni fa assessore alla cultura al Comune di Reggio, abita poco distante dalla Coop, ed è una cliente. E lei aveva notato la differenza tra il supermercato classico e il supermercato con l’anima. Tant’è che c’era sempre uno scambio al banco dei salumi tra lei e noi – io e Massimo, qualche cassiera – perché lei vedeva il comportamento che avevamo con le persone, e allora chiedeva, si informava. Fino al punto che un giorno disse: io vorrei scrivere qualcosa su questo supermercato”.“La cosa interessante è che poi c’era un gruppo che andava da lei, ci trovavamo anche a pranzo delle volte. Un gruppo che le raccontava le storie che avvenivano lì dentro. A un certo punto è uscita questa notizia: che praticamente veniva un cliente misterioso (ecco anche il perché del titolo del libro) che era un tipo che si fingeva cliente ma era pagato dall’azienda e verificava la situazione dei reparti, lo stato della merce, il comportamento dei commessi e delle commesse, e noi non lo conoscevamo. Noi l’abbiamo battezzato ‘la spia’. Quando Ivanna Rossi ebbe la notizia di questa figura, disse ‘beh su questo cliente misterioso ci lavoriamo e poi con grande soddisfazione delle commesse e dei commessi, lo facciamo anche morire’."“Il libro è molto bello – continua Piera – perché racconta episodi che sono avvenuti realmente, solo la morte del cliente misterioso è inventata. La cosa bella è che Ivanna Rossi descrive la basilica della Ghiara, le strade, mette il significato dei nomi, perché piazza Roversi si chiama piazza Roversi (che è stato il primo sindaco socialista, morto perché era andato a raccogliere la legna insieme ad altri: la carica su una macchina decapottabile insieme ad altri, pende una bronchite e ci muore. Va a tirare fuori delle cose del centro, una ricchezza di memorie storiche. Questo per dire quanto ha smosso questo supermercato nella città, quanto ha fatto parlare di sé”.“L’attuale presidente, Marco Pedroni, all’inaugurazione ha detto: ‘Io sono di Montecchio e so che dei soci di Montecchio venivano a far spesa a Reggio per sostenere Coop1’. Quindi è stata una vera impresa. Ed era anche una sfida. Adesso lo posso anche dire, perché politicamente poi io mi misuro. Era la sfida di un’idea di altro tipo di società, era una sfida al modello capitalistico, diciamocelo: in pratica noi dovevamo dimostrare che la Coop con i suoi spacci poteva anche tenere testa alla Standa”.“Io ho fatto la sindacalista negli anni settanta in una grande fabbrica, alla Coop non ho voluto fare la delegata perché mi rendevo conto che non era un vero sindacato, mi dispiace dirlo, ma c’era una commistione che non era molto chiara, quindi mi sono rifiutata. Però mi sono sempre interessata alla nostra condizione, e al fatto che via via andava perdendosi quella considerazione iniziale nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, che erano ritenuti un’effettiva risorsa. Qualcosa di diverso, sia chiaro, dal termine che usano adesso negli uffici del personale: ‘risorse umane’. No, i dipendenti erano una vera risorsa, che col tempo è andata affievolendosi. Tant’è che con il passare del tempo c’era sempre meno coinvolgimento: non veniva richiesto il tuo parere, non ci si basava più sulla tua esperienza lavorativa per migliorare il servizio. Ormai scelte calavano dall’alto, e tu non potevi sindacare.Poi anche la Coop ha cominciato ad adottare i nuovi tipi di contratto che sceglievano gli altri gruppi. Fu molto doloroso, tant’è che quando andavo a questa famosa assemblea dei soci, dicevo ‘Guardate, se un giovane che viene assunto da noi con un contratto a tempo determinato, alla domanda "che differenza trovi tra la coop e esselunga?" e lui ti dice "nessuna", questa è una sconfitta per il movimento cooperativo’. E io su questo non mollo. Nel senso che pur riconoscendo la grande forza che è diventata, secondo me qualche sforzo in più per m
antenere qualche valore d’origine, anche nei rapporti con i lavoratori e le lavoratrici, la Coop doveva tentarlo. Non mi sarei equiparata alla Confindustria, nell’accettare tutte le modifiche peggiorative per i contratti. Questa cosa io l’ho sempre vissuta con amarezza”.“Coop1 è stato il primo supermercato cooperativo d’Italia, e questa storia non so se erano i muri a trasmetterla, ma ti sentivi in un luogo speciale. Poi non so se a ciò ha contribuito anche la combinazione delle persone che sono arrivate. Coop1 negli ultimi anni era diventato il luogo in cui si mettevano le persone un po’ scomode, o quelle un po’ problematiche. Però poi succede che tra le persone scomode ci sono delle affinità. E queste affinità riguardano, per esempio, il contatto con il tipo di clientela. Nel libro c’è una frase, ‘Pronto-Coop-soccorso’, coniata perchè qualcuno ci definiva un servizio sociale. Allora io penso che il connubio è stato questo, un buon gruppo con le sua individualità – io con le mie esperienze teatrali, Massimo con altre esperienze, Lidia che fa l’attrice di teatro dialettale – tutte soggettività che nell’impatto con questo tipo di clientela hanno espresso forse il meglio di sé”.Insomma, Coop1 alla fine era anche un po’ "sovversiva" (tra virgolette, perché stiamo parlando pur sempre di un supermercato). La dirigenza Coop industrializzata e chi ci ha lavorato sono andati ad un certo punto in due direzioni diverse. Del rapporto col cliente, alla dirigenza Coop importa in modo relativo. Per il "collettivo" di Coop1, invece, era fondamentale.“Noi – risponde Piera – l’abbiamo difesa questa qualità del servizio rispetto all’azienda. Noi dicevamo: ‘alla fine questo è un valore aggiunto’. Noi cercavamo un lavoro ‘con senso’, volevamo dare un senso al nostro lavoro, non volevamo essere mere esecutrici. Tant’è che poi lo spiegavi alla cliente che diceva ‘Ho visto al Conad che la lattuga è più bella’. ‘Ma lo sa che c’è il 50% in meno di pesticidi in quella Coop?’. ‘Ah caspita..’. Poi spariva un prodotto dallo scaffale: ‘Mah, non trovo più quel prodotto lì’, ‘Perché è sotto osservazione, lo stanno controllando’ oppure altre volte ‘Stanno facendo il braccio di ferro con la Coop perché quell’azienda lì non vuole fare il prezzo Coop, chiede un prezzo più alto’. Siamo stati un anno senza funghi perché nessuna ditta si impegnava a fare il sacchetto solo con funghi, senza metterci dentro le melanzane secche”.

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