Un sacco bello


Un sacco bello, il sacchetto biodegradabile. Se poi lo chiami col termine inglese “shopper” al posto di “borsa della spesa” il suo utilizzo sembra ancora più nobile. Quasi fosse un gentleman che ci aiuta a portare a casa, fin dentro al frigo, i nostri acquisti.Un sacco brutto è invece quello in polietilene, ovvero il sacchetto tradizionale, quello che da almeno trent’anni ci accompagna nella nostra vita di consumatori. E’ brutto perché lo si ritrova in giro per i parchi, nelle campagne, lungo i bordi delle strade e persino nei fondali marini, dove finisce per essere mangiato da ben 177 specie di animali diversi, tra cui tartarughe e balene. Vagli a spiegare, a questi poveri natanti, che non si tratta di gustose meduse ma di plastica stopposa. Quando non viene dispersa nell’ambiente, la sorte della borsina è di finire bruciata in un inceneritore. Meno di tre sacchetti su dieci, infatti, vengono riciclati. Ed è comunque difficile ricavarci qualche materiale utile visto che sono fatti con gli scarti della lavorazione del petrolio. Per chi gestisce i termovalorizzatori sono però manna dal cielo, visto il loro alto contributo calorico, sempre dato dall’ingrediente principale di cui sono fatti. La conseguenza è che bruciandoli si immettono in atmosfera qualcosa come 200mila tonnellate di anidride carbonica l’anno che vanno ad aggravare l’impatto dell’effetto serra sulla terra. Senza contare che è un peccato bruciare un accessorio che nella maggioranza dei casi è servito per soli pochi minuti. Il ciclo di vita di una borsa della spesa, solitamente, va dai dieci ai venti minuti. Giusto il tempo del tragitto verso casa dove, una volta arrivato, finisce direttamente cestinato. Un vero spreco per un accessorio che potrebbe essere usato anche per anni se non per secoli. Il tempo di degradazione di un sacchetto di polietilene, infatti, può raggiungere anche i mille anni.A porre fine a questa scellerata pratica dell’usa e getta ci ha pensato una direttiva comunitaria, la EN 13432, recepita in Italia dalla finanziara 2007, la prima dell’ultimo governo Prodi. Un provvedimento che aveva fissato per il primo gennaio 2010 la condanna a morte del sacchetto di polietilene. Peccato che, come spesso accade nel nostro Paese, ai buoni propositi non siano seguiti i fatti. Nessun decreto attuativo è stato predisposto per fissare il modo in cui farla finita con la sporta plasticata. Non è stato avviato nemmeno il programma di sperimentazione che, a partire dal 2007, avrebbe dovuto portare alla “progressiva riduzione della commercializzazione di sacchi per l’asporto delle merci”, come si legge al comma 1130 della finanziaria 2007. La decisione di farla finita coi sacchetti tradizionali è rimasta quindi facoltativa per le catene di supermercati presenti in Italia. A non pensarci due volte è stata la Coop. In Toscana dal 29 maggio, ad esempio, è già impossibile trovare traccia dei vecchi sacchetti in polietilene. Al loro posto si possono trovare quelli fatti di amido di mais (il Mater-Bi). L’esempio della Toscana verrà presto seguito dalle catene Coop presenti in Emilia-Romagna. Anche Coop Nordest, Coop Estense e Coop Adriatica sono infatti pronte a rispettare con anticipo la scadenza, rimasta virtuale, del primo gennaio 2010. Da tempo in diversi loro punti vendita è partita la sperimentazione dei sacchetti biodegradabili al 100%. Certo, non sono robusti come i loro omologhi di plastica, ma cercano di fare il loro lavoro. Che diventa uno sporco lavoro una volta che l’accessorio viene utilizzato, come si consiglia di fare, a mo’ di sacco dell’immondizia per la frazione umida. Ovvero per i resti di cibo, i rifiuti organici, insomma, lettiera del gatto compresa. Sempre che il sacchetto bio (nel senso di “biodegradabile” e non “biologico”), non finisca per rompersi durante il tragitto verso casa, magari strappato dall’angolo troppo appuntito di una scatola di cereali per la prima colazione.Ma per una volta che il debole (la plastica vegetale) vince sul più forte (la plastica derivata dal petrolio), vogliamo brontolare facendo la figura dei menefreghisti nei confronti dell’ambiente? Per chi proprio volesse un contenitore più hard, nel senso di più resistente, Coop mette a disposizione anche delle borse riutilizzabili in polipropilene. Sono di diversi colori e fantasie e resistono fino a 20 chili. Oltre a queste ci sono anche le sacche in cotone da agricoltura biologica oppure in juta ottenuta dai sacchi impiegati per il trasporto del caffè (quello marchiato Coop ovviamente). Senza contare le “valigette” in in nylon trasparente che già da diversi anni molti soci della cooperativa di consumo utilizzano.Non resta che augurare lunga vita al biodegradabile. Suona come un controsenso, ma è così. Prima o poi, nonostante l’inerzia delle leggi italiane, il meno resistente si affermerà in tutti i negozi. Con buona pace delle potenti lobby della chimica. E con tanto di guadagnato per un brevetto, il Mater-Bi, che è tutto italiano. Più bioplastica verrà prodotta più si realizzeranno economie di scala tali da far competere sempre di più i materiali di derivazione vegetale con quelli di derivazione dal petrolio, che attualmente sono ancora i più convenienti per il mercato. Ma i costi degli scempi ambientali che causano continuiamo a pagarli noi, mica i produttori.

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