Un megafono per chi non ha voce


BOLOGNA, 31 LUG. 2009 – Shery è indaffaratissima. Ha in mano un centinaio di fogli e si preoccupa di consegnarli a chiunque passi da piazza del Nettuno. Quei volantini parlano dell’Iran, il suo Paese. E raccontano di arresti, torture e repressione, della “ferocia inaudita di questa Repubblica Islamica”. Dicono che a Teheran la gente non è libera, che molte persone sono state arrestate – alcune addirittura uccise – e che chi non è in carcere deve fare i conti con la censura, che impedisce di far conoscere al mondo i soprusi messi in atto dal regime di Mahmoud Ahmadinejad.Shery non è sola, con lei hanno deciso di scendere in piazza tutti gli iraniani che vivono a Bologna. Se le chiedi che effetto le fa essere qui mentre a casa sua, a migliaia di chilometri di distanza, i suoi amici rischiano la vita per difendere la democrazia, lei ti risponde che è molto preoccupata. Lei è stata fortunata, ha 29 anni e tre anni fa è riuscita a venire in Italia per studiare chimica all’Università, ma gli affetti che ha lasciato laggiù sono un pensiero costante. Ed è per loro che ha deciso di impegnarsi. Anzi, è convinta che da qui potrà fare molto perché l’Iran non venga dimenticato, perché si parli delle violenze di cui è vittima la popolazione e si decida di condannarleA tale proposito, Shery i gli altri “iraniani d’Italia” hanno deciso di fondare il Comitato per la difesa della democrazia e della libertà in Iran. Le chiedo di parlarmene, ma lei preferisce che a farlo sia Diba, che ha qualche anno più di lei e, a suo dire, parla meglio l’italiano. Diba è molto disponibile, l’unico favore che mi domanda è di non pubblicare il suo cognome, “perché non si sa mai, visto come stanno andando le cose ormai abbiamo cominciato ad avere paura”.Com’è nato il “Comitato per la difesa della democrazia e della libertà in Iran”?E’ stato da subito dopo le elezioni del 12 giugno scorso che abbiamo sentito la necessità di fare qualcosa di concreto per far sentire la voce del popolo iraniano. E’ una voce che purtroppo non riesce più a venire fuori da sola, deve sconfiggere la pressione crescente che c’è nel nostro Paese. Giù in Iran le ragazze e i ragazzi stanno sfidando quotidianamente le autorità per cercare di far sapere a tutto il mondo cosa sta succedendo alla nostra gente. I giornalisti sono quasi tutti in galera, quindi non riescono a fare nulla. I giovani allora si sono riuniti e hanno deciso di sostituirli, anche se hanno pochissima esperienza. Appena riescono ad eludere la censura, ci mandano le foto delle manifestazioni che organizzano e delle violenze che subiscono. E noi cerchiamo di diffonderle, amplificando così la voce di centinaia di uomini e donne che lottano per la loro autodeterminazione.Ma com’è la situazione in Iran oggi, a più di un mese dai brogli legati alla rielezione di Ahmadinejad e alla conseguente repressione degli oppositori del regime?Oggi la popolazione iraniana è vittima di una vera e propria dittatura. La gente non ha libertà di parlare, non ha libertà di esprimersi e di realizzare i propri desideri. Ed è sempre più isolata. Chi sta all’estero riesce avere notizie solo tramite Internet, perché ogni tanto qualcosa arriva su Facebook. Noi sentiamo molto di rado i nostri famigliari che vivono laggiù, per il resto ci affidiamo a Youtube per capire quello che succede a Teheran e nelle altre città del Paese.E non dimentichiamo che nell’ultimo mese tantissimi oppositori sono stati fatti prigionieri. Quello che noi vogliamo è liberarli il prima possibile.Questa è la vostra prima richiesta?La nostra prima richiesta è di non riconoscere Ahmadinejad come presidente dell’Iran. E’ dai suoi soprusi e dai brogli dei suoi soci che è cominciato tutto questo. E’ colpa sua se gli arresti, la repressione, gli assalti alle abitazioni da parte delle cosiddette “forze dell’ordine” continuano ininterrotti. Lui non ha il diritto di stare dove sta, perché ci è arrivato solo grazie ad un colpo di stato.La libertà di tutti i prigionieri è comunque il nostro obiettivo, ciò per cui ci stiamo battendo. Un lavoro che continueremo a fare finché ce ne sarà bisogno, sempre a contatto con i nostri connazionali che stanno in Iran. Questo Comitato si scioglierà solo quando tutti i prigionieri e l’intero popolo iraniano saranno finalmente liberi. A chi sono rivolte le manifestazioni che organizzate, come quella di stasera?Alle autorità iraniane, purtroppo, non si può chiedere nulla. Quindi stiamo cercando di attivarci più che altro al di fuori del nostro Paese per rivolgerci, contemporaneamente, all’Onu e al comune di ogni città. Abbiamo ricevuto un grande aiuto dal Comune di Firenze e dalla Regione Toscana, che hanno chiesto al Governo italiano di non riconoscere Ahmadinejad come Presidente della Repubblica. A Bologna stiamo lavorando da poco, ma stiamo facendo di tutto. Il sindaco ha già accettato di incontrare i rappresentanti del nostro Comitato, dopo una votazione del Consiglio comunale di due giorni fa che ci ha fatto un enorme piacere. Sia il Comune che la Provincia hanno formalmente condannato quello che sta succedendo in Iran, la repressione a cui è sottoposto il nostro popolo.Alle autorità cittadine abbiamo chiesto anche di fare pressione affinché venga inviato in Iran un parlamentare europeo o un funzionario delle Nazioni Unite, per visitare tutti i prigionieri che ci sono e per vedere cosa sta succedendo nel Paese. E loro hanno accettato.Quanti iraniani ci sono a Bologna?Qui a Bologna siamo quasi 500. La maggior parte di noi sono studenti. Molti di loro hanno ottenuto l’asilo politico, la possibilità di scappare dal Paese. Dopo le elezioni ci siamo incontrati e abbiamo votato per mettere su questo Comitato. Sono stati gli iraniani stessi, riuniti in assemblea, a darci questo incarico. E finche la situazione in Iran rimarrà questa, noi andremo avanti.Proprio oggi ci sono stati violenti scontri e numerosi arresti a Teheran, dove la popolazione ha deciso di recarsi in massa al cimitero in cui è sepolta Neda, la ragazza uccisa il 20 giugno negli scontri con le forze dell’ordine ed eletta a simbolo della resistenza del popolo iraniano. E’ un caso che questi episodi si siano verificati in coincidenza con la vostra fiaccolata?Quella di oggi è una giornata particolare perché sono passati esattamente 40 giorni dalla morte di Neda e dagli scontri a Teheran, in cui altre persone sono state ammazzate e molte sono scomparse.Noi abbiamo deciso di riunirci qui stasera dopo aver saputo che in Iran non è stata accettata la richiesta della popolazione di celebrare questa ricorrenza. Sono state proibite tutte le manifestazioni, quindi la gente è scesa in strada e si è recata al cimitero senza autorizzazione. E noi abbiamo deciso di incontrarci in piazza del Nettuno per essere idealmente vicini a loro.Ma non siamo gli unici, perché oggi gli iraniani di tutto il mondo si stanno riunendo in ben 120 paesi, proprio come stiamo facendo noi.Quali altre iniziative ha in programma il vostro Comitato?Come ho detto prima, la nostra funzione è quella di trasmettere le notizie che ci arrivano dall’Iran, di amplificare la voce di chi si sta battendo per la libertà del nostro popolo e fa molta fatica ad essere ascoltato. Quindi ogni iniziativa futura dipende da quello che succederà nel Paese. Noi siamo sempre pronti a combattere la repressione messa in atto dal regime di Ahmadinejad in tutte le sue forme. E col tempo ci stiamo organizzando per dare vita ad iniziative condivise con le comunità iraniane attive nelle altre città italiane e anche in Europa. Di sicuro sentirete parlare ancora di noi, anche se non mi stancherò mai di dire che consideriamo questo Comitato un organismo provvisorio. La nostra è una missione necessaria, che però terminerà non appena in Iran tornerà a soffiare il vento della democrazia.

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