Un mare di morti


3 MAG. 2010 – “Eravamo tutti e due del 1982. Come pure Mérouane, il figlio di Kamel. Solo che io ero di maggio. Mérouane di aprile. E Faycel di luglio. La stessa generazione, il mare di mezzo”. E’ il Mediterraneo che divide gli algerini Mérouane e Faycel da Gabriele Del Grande, “toscano, viaggiatore e scrittore”. Lui percorre avanti e indietro il nostro mare per raccontare le storie di chi, come loro, ha provato ad attraversarlo una volta sola, ma senza successo. E ora, mischiando memoria e attualità, Gabriele ha deciso di raccogliere tre anni di inchieste in un libro pubblicato da Infinito Edizioni, che si chiama proprio così: “Il mare di mezzo”.Le sue pagine sono una serie di istantanee, che fotografano altrettante vite affacciate sulle sponde del Mediterraneo. Alcune con lo sguardo rivolto a nord, piene di sogni e di speranze ma troppo spesso destinate a finire sul fondo del mare o nel buio di una prigione. Altre, invece, che scrutano con timore l’orizzonte verso sud, aggirando le vecchie leggi e creandone di nuove, con il solo obiettivo di difendere l’Italia da una fantomatica minaccia alla sicurezza. Può sembrare una semplice questione di prospettiva, ma è molto di più. E’ il fenomeno dell’emigrazione, di cui Gabriele Del Grande si occupa quotidianamente sul blog Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com/). Un osservatorio che, con estrema costanza, non perde mai di vista le vittime del mare e dei respingimenti – 14.995 morti dal 1998 ad oggi e 17 nel solo mese di aprile 2010 – ostinandosi a guardare quello che tutti fingono di non vedere.Gabriele, il tuo nuovo libro ha un approccio molto intimo e personale. Hai scelto di focalizzarti su chi ha deciso di attraversare il Mediterraneo, raccontando tante storie di vita, concrete e reali. Perché?La mia idea era, da un lato, quella di restituire un’umanità e una singolarità ad ogni storia. Cercare di smontare certe categorie sociali, di non utilizzare parole come “immigrati”, “clandestini” o “richiedenti asilo” e concentrarmi invece, dal punto di vista narrativo, sulle singole esperienze personali. Dall’altro, ho voluto dare loro concretezza, riflettendo sulle conseguenze che una serie di decisioni politiche prese a livello italiano, ma anche europeo, hanno sulla vita di tante persone. Sono politiche decise spesso su una base ideologica e un po’ semplicistica, ma che sono state capaci di stravolgere migliaia di esistenze. E nel libro provo a spiegare agli italiani come vivono coloro che, al di là del mare, vengono toccati da queste decisioni.Leggendo il libro si capisce subito che tu per queste persone rappresenti un riferimento fondamentale, se non una vera e propria speranza. Il tuo numero di telefono gira tra le carceri dove sono rinchiuse ed è per loro una delle pochissime possibilità di contatto con l’esterno. Immagino che per te, che hai 28 anni, questa sia una grande responsabilità. Qual è il percorso che ti ha portato fin qui?In realtà è tutto cominciato un po’ per caso. Il primo passo è stato un articolo in cui, a metà del 2005, facevo una stima delle vittime dei naufragi nel Canale di Sicilia. Dopo aver setacciato gli archivi online della stampa dicevo “guardate che secondo questa ricerca ci sono un tot di persone che sono morte nel Mediterraneo tentando la traversata”. E da lì la ricerca è continuata, è nato il blog di Fortress Europe e a maggio 2006 è uscito il mio primo libro "Mamadou va a morire", che raccoglieva i racconti e i reportage dalle frontiere nati dopo un viaggio di tre mesi lungo tutto il Mediterraneo. Poi il lavoro è proseguito soprattutto sull’onda di un’urgenza, della necessità di correre, raccontare e rompere in qualche modo il silenzio su quello che stava accadendo. E oggi?Oggi non sono certo l’unica persona che lavora con questo obiettivo, ci sono tanti altri giornalisti che lo fanno, in Italia e anche all’estero. Ma sicuramente Fortress Europe è diventato un punto di riferimento, perchè è l’unico strumento che monitora in modo costante il fenomeno delle migrazioni nel Mediterraneo. Il sito è ormai una vera e propria cassa di risonanza, veicola delle informazioni che poi vengono rilanciate non solo sulla stampa nazionale, ma anche su quella internazionale.Si può dire che, oltre alle persone, i protagonisti de “Il mare di mezzo” sono i paesi da cui queste ultime hanno scelto di scappare? In realtà i veri protagonisti del libro non sono né gli emigrati né i paesi da cui partono, ma siamo noi e soprattutto questa Italia che non si accorge di quello che le succede intorno, che accetta con sempre più cinismo e arroganza di essere circondata dalla morte, da un mare che ospita i cadaveri di migliaia di persone. Poi è vero: nel libro, oltre alle storie delle persone, ci sono anche, in una certa misura, quelle di paesi come la Tunisia, l’Algeria, la Libia, il Burkina Faso, l’Egitto. C’è il tentativo di descrivere le atmosfere, le situazioni, il contesto dei luoghi da cui si parte.Con quale obiettivo?Quello di far luce su determinate situazioni di cui gli italiani non sono a conoscenza. Relativamente a questi paesi, il nostro immaginario è vuoto. Per quanto riguarda la Tunisia, per esempio, le cartoline turistiche o le pubblicità ci portano a pensare che sia un posto simile alla riviera romagnola. In realtà nel libro c’è un intero capitolo che parla delle proteste e dei moti nella città di Redeyef, che restituisce la durezza e l’asprezza del regime tunisino. In quel caso il governo è arrivato addirittura a sparare sulle folle che manifestavano in piazza e ad arrestare decine e decine di sindacalisti, anche di livello nazionale, rispondendo duramente ad ogni minimo dissenso politico e sindacale.Hai detto che nel libro si parla molto anche dell’Italia. Dove l’immigrazione è ormai un reato penale e gli sbarchi hanno lasciato il posto ai respingimenti.Sì, anche per quanto riguarda l’Italia utilizzo lo stesso metodo di indagine basato su fonti concrete e reali. E racconto la criminalizzazione del soccorso in mare, quindi i vari processi contro i pescatori che hanno salvato gli immigrati. O i pestaggi effettuati dalla Polizia nei Centri di identificazione ed espulsione. Ma anche la dinamica stessa delle espulsioni, che sempre più spesso vanno a colpire immigrati che vivono in Italia non da uno, non da due, ma da quindici o vent’anni. Persone che dopo tutto questo tempo non hanno ancora la cittadinanza italiana e magari hanno perso il permesso di soggiorno. Capita quindi che vengano fermate ed espulse, anche se hanno qui moglie e figli. Così la loro famiglia viene spezzata in due in nome della sicurezza di questo paese, non si capisce bene secondo quale logica. A proposito dei Centri di identificazione e di espulsione, in quello di Modena è rinchiusa Joy, una ragazza nigeriana che ha denunciato le molestie sessuali ricevute da un ispettore nel Cie di Milano e che il 17 aprile scorso, dopo 10 mesi di detenzione, ha tentato il suicidio. La cosa drammatica è che la storia di Joy non è isolata. Abusi, violenze e pestaggi si sono verificati anche nei Cie di Torino, Gradisca, Roma o Milano, soprattutto dopo le rivolte scoppiate in seguito all’entrata in vigore del Pacchetto sicurezza, che ha portato da 2 a 6 mesi il limite massimo di detenzione. Ma nel caso di Joy, la situazione è ancora più preoccupante, perché siamo di fronte ad una cosa che non dovrebbe minimamente accadere: un ispettore di polizia che tenta di violentare una ragazza. Inoltre Joy, attraverso gli avvocati che la stanno seguendo, ha chiesto l’articolo 18, ossia un permesso di protezione sociale a cui ha diritto chi è vittima di tratta. Ma anche in questo caso lo s
tato di diritto non è stato applicato: nonostante l’esplicita richiesta presentata dai legali, la ragazza si è vista prolungare il provvedimento di altri 60 giorni. E ormai sono 10 mesi che è privata della libertà, senza aver commesso nessun reato. Questo la dice lunga sullo stato dell’Italia e sul doppio binario che si è venuto a creare tra la giustizia per gli italiani e la giustizia per gli stranieri, in particolare per gli stranieri detenuti.Ogni tanto, però, arrivano anche delle buone notizie. Come la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti della direzione migrazioni del Ministero dell’Interno, che la Procura di Siracusa ha recentemente emesso in relazione ad un respingimento di somali del 30 agosto 2009. E’ una conquista per chi, come te, lavora ogni giorno per far luce su questi episodi?Innanzitutto bisogna precisare che questa è una richiesta di rinvio a giudizio e non una sentenza. E c’è una bella differenza, perché poi può darsi anche che il fascicolo venga archiviato o che il giudice ritenga che non ci sono gli estremi per una condanna. Si tratta comunque di un segnale minimo da parte della magistratura, che ogni tanto batte un colpo e tenta di riportare le leggi dentro il recinto dei valori costituzionali. Perché ormai siamo governati da leggi illegali, che violano principi cardine del nostro diritto e delle convenzioni internazionali. Il problema è che su tutto questo la politica è assente, non c’è nessuno che ci mette la faccia o è disposto a fare delle battaglie per questioni secondo me basilari dello stato di diritto, proprio perché sembra che ormai sull’immigrazione si perdano voti. Per fortuna c’è una società civile che resiste e continua a fare delle cose. Che tipo di cose?L’Italia non è l’unico paese in Europa che fa respingimenti, ma è l’unico che ha una forma di resistenza ai respingimenti. C’è un ricorso alla Corte Europea e ci sono una serie di iniziative in giro per il Paese. Come la campagna "Io non respingo", che nel giugno scorso ha coinvolto 65 città italiane, il documentario intitolato "Come un uomo sulla terra", che ha girato in più di 400 proiezioni in tutta l’Italia, o una petizione con 18.000 firme consegnata al Parlamento europeo per chiedere una missione di indagine in Libia nei campi di detenzione. Grazie all’energia dei movimenti, delle associazioni e dei singoli cittadini, qualche cosa lentamente si muove. E non è una cosa da poco, perché negli altri paesi ormai non c’è più nemmeno quella.

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