Un giorno senza di noi. I migranti fanno il bis


BOLOGNA, 21 FEB. 2011 – “L’assemblea è andata molto bene. Dal circolo Katia Bertasi sono passate complessivamente oltre 300 persone”. Luca Cobbe, membro del Coordinamento Migranti Bologna, usa toni entusiastici per raccontare la Giornata senza Permesso. Ieri in via Fioravanti, con una serie di incontri e tavoli di discussione, ha cominciato a prendere forma il secondo sciopero dei migranti. Anche quest’anno intatti gli stranieri hanno scelto il 1° marzo per scendere in piazza e far sentire la loro voce. Ma stavolta la loro protesta si estende e abbraccia realtà diverse da quella strettamente lavorativa. Prima fra tutte, la galassia studentesca. “Nel primo pomeriggio di ieri – spiega Luca – dopo aver speso alcune parole di solidarietà con le rivolte che stanno scuotendo il Medio Oriente, gli studenti medi si sono uniti in una grande assemblea. C’erano ragazzi figli di migranti, ma anche tanti italiani. Molti di loro fanno parte dei movimenti studenteschi e altri sono vecchie conoscenze del Coordinamento, perché hanno partecipato ai laboratori hip hop e On the Move: un percorso avviato anni fa e che col tempo è diventato un riferimento importante per le seconde generazioni bolognesi. Abbiamo voluto mettere insieme queste esperienze per discutere di migrazione e formazione”. E questa è stata la prima tappa di un processo che continuerà in università, vero?Sì, giovedì 24 è in programma in via Zamboni 38 un’assemblea incentrata sull’esperienza degli studenti di seconda generazione e sugli effetti che ha su di loro questo razzismo istituzionale, non dovuto semplicemente a pregiudizi sociali, ma intrinsecamente legato all’azione della Bossi-Fini. Chi è nato in Italia ed è figlio di migranti – ma anche chi non è nato qui ed è arrivato assieme ai genitori nei primissimi anni di vita – all’età di 18 anni si ritrova schiavo di questa legge, vincolato ad un permesso di soggiorno per studio che obbliga chi ne usufruisce a mantenersi negli studi e a non andare fuori corso. Una norma che, assieme alla più recente legge Gelmini, produce inevitabilmente immediati effetti di classe.Poi  la discussione si è spostata sulle donne. Le donne sono state protagoniste di un interessante fuori programma. Hanno voluto organizzare un momento di incontro nel quale sono emersi gli elementi specifici della loro condizione – quella femminile e quella migrante – soprattutto alla luce delle recenti mobilitazioni che hanno le hanno viste assolute protagoniste. E proprio per questo la loro partecipazione allo sciopero del 1° marzo diventa importante, così come lo è stata nelle manifestazioni degli scorsi anni, quando si è finalmente dimostrato che la violenza sulle donne non è legata a stereotipi culturali. Per ora le donne migranti hanno in programma di mettersi in rete, ma vedere come riusciranno anche loro a far parte dello sciopero è una sfida assolutamente centrale.E dopo gli studenti e le donne com’è proseguita la Giornata senza Permesso?Con l’assemblea generale, che è stata l’occasione per lanciare il 1° marzo e per discutere delle prospettive generali del movimento dei migranti, a partire dalle lotte intraprese lo scorso anno. All’assemblea infatti non hanno partecipato solo strutture bolognesi, ma anche quelle realtà di migranti che hanno prodotto le lotte più significative degli ultimi anni. Tra loro c’erano, per esempio, i ragazzi dell’Associazione Diritti per Tutti di Brescia, che nei mesi scorsi hanno dato vita al presidio sopra e sotto la gru. Sono venuti a parlare della loro lotta specifica contro la sanatoria truffa, che però è stata messa in rete con le altre esperienze.Quali sono le ragioni che rendono necessario un nuovo sciopero?Innanzitutto il perdurare della Bossi-Fini, che continua a rendere una parte della forza lavoro più ricattabile rispetto alle altre. E poi ci sono le recenti mobilitazioni dei lavoratori: la Fiom nell’ultimo congresso di Cervia ha dato il suo appoggio allo sciopero e ora il nostro tentativo è di coinvolgere le altre sigle sindacali. Anche perché dopo il successo dell’anno scorso ci siamo definitivamente smarcati dall’accusa di organizzare degli scioperi etnici o corporativi. Lo hanno dimostrato le Rsu che si sono unite alla protesta e quei lavoratori italiani che erano in strada contro lo sfruttamento del lavoro migrante proprio perché anche loro ne risentono, non per semplice solidarietà. Nel corso della giornata, infine, è stato ricordato Noureddine, il lavoratore ambulante marocchino morto a Palermo dopo essersi dato fuoco per protesta.Sì certo, era doveroso. E rendendo omaggio a lui abbiamo voluto insistere sul fatto che ormai i migranti hanno acquisito forza e consapevolezza: grazie alle lotte degli ultimi anni non sono più vittime passive. Addirittura prima che si aprisse la stagione della Fiom, con le proteste di Pomigliano e Mirafiori, loro si sono fatti portatori di una serie di lotte che hanno messo al centro il lavoro, in qualsiasi sua forma. Lo sciopero dell’anno scorso infatti non ha riguardato solo le fabbriche, ma anche moltissimi migranti che hanno deciso di manifestare a titolo personale. Per questo ieri abbiamo voluto fare anche un discorso sullo sciopero come diritto individuale. Di norma si è abituati a pensare che uno sciopero si faccia solo se viene proclamato dai sindacati, ma non è vero. Certo, se c’è la copertura ben venga, ma l’anno scorso si è dimostrato che non ci possono essere ripercussioni.

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