Un giorno di silenzio contro la censura di regime


9 LUG. 2010 – Lo sciopero di oggi è uno sciopero per la libertà, per la democrazia, per il lavoro. Sono le tre parole che il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale, ha usato mercoledì al teatro Ariosto di Reggio per spiegare l’importanza della posta in gioco. Oggi noi giornalisti scioperiamo contro il disegno di legge 1611, detta legge bavaglio, ma non solo. Scioperiamo perché in discussione c’è il principio stesso sancito e tutelato dall’art. 21 della Costituzione: il diritto riconosciuto ai giornalisti di raccontare, e ai cittadini di sapere, le cose di straordinaria importanza che avvengono nel nostro paese. Scioperiamo in difesa della libertà di stampa e di informazione, che il presidente dell’Autorità per le Comunicazioni, Corrado Calabrò, ha descritto in questi giorni come una libertà forse superiore ad altre costituzionalmente protette, e quindi da difendere contro ogni tentativo di compressione. Ma in Italia oggi la compressione delle libertà nel giornalismo non è un tentativo: è una pesante e tragica realtà. E poiché non c’è democrazia senza libertà, anche gli strumenti di governo democratico del sistema delle comunicazioni vengono umiliati e distrutti giorno dopo giorno, pur di non intralciare l’operato, le strategie e la ricerca del consenso da parte di chi ci governa.Il ddl intercettazioni lo vogliono i politici per non essere disturbati nei loro affari, magari anche loschi; non certo per tutelare la privacy dei cittadini che il giornalismo serio non ha mai violato. Il presidente Berlusconi il 5 maggio ha assunto ad interim le funzioni di Ministro dello Sviluppo Economico, dopo le dimissioni di Scajola per il coinvolgimento nell’inchiesta sugli affari sporchi dell’imprenditore Anemone alla Maddalena. Inchiesta, tra parentesi, che i cittadini non conoscerebbero col disegno di legge 1611, perché ne sarebbe vietata la pubblicazione. Ma 24 ore dopo, il 6 maggio, Berlusconi disse che avrebbe nominato entro pochi giorni il nuovo ministro. Siamo al 9 luglio e il nuovo ministro non c’è. Di sviluppo economico si occupa lui, il Presidente del Consiglio, ed è quindi lui a decidere, facciamo un esempio, l’assegnazione delle frequenze digitali per il sistema televisivo italiano del futuro. Lui che con una mano dà, da ministro, e con l’altra riceve, da capo di Mediaset.Non c’è nulla di democratico in tutto ciò, e se manca la democrazia, anche il terzo tassello, il lavoro, finisce calpestato. I giornalisti, ha detto il presidente Fnsi Natale, hanno già vissuto sulla propria pelle il ricatto immorale proposto ai lavoratori Fiat di Pomigliano: lavoro in cambio dei diritti. Se vuoi lavorare, lo fai alle condizioni che dico io e come lo decido io. Ma senza autonomia, senza controlli e tutele, senza democrazia, nelle redazioni avanzano il precariato e il servilismo, si cancella la qualità, si mortificano il coraggio e la competenza che restano strumenti fondamentali del mestiere.Fanno pena i quotidiani che sono oggi in edicola, sperando di ricavare qualche soldo in più dallo sciopero degli altri. Mette tristezza vedere giornalisti che esprimono solidarietà alla categoria in sciopero ma poi lavorano, quasi che loro fossero di un’altra etnia, o vivessero su di un altro pianeta, o potessero così conquistarsi una immunità che invece non avranno mai. Perché o salviamo la libertà di informazione in Italia, o non si salva nessuno. Per questo è importante lo sciopero di oggi, senza se e senza ma.

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