Un altro armadio della vergogna per Marzabotto


BOLOGNA, 16 MAG. 2009 – Più di sessant’anni. Il tempo che ci è voluto per ottenere il processo che ha condannato, nel 2007, gli autori, i pochi rimasti vivi, della strage nazista di Montesole-Marzabotto (800 persone uccise tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944). Un anno fa i familiari delle vittime hanno fatto richiesta di essere risarciti di questo inaccettabile ritardo. Ieri la terza sezione della Corte di appello di Bologna ha respinto la loro richiesta: 480 milioni chiesti in base alla cosiddetta legge Pinto che prevede una riparazione per l’eccessiva durata dei processi.“I diritti di centinaia di famiglie tenute all’oscuro per oltre 50 anni su nomi, fatti e responsabilità di criminali di guerra rinchiusi nuovamente in un altro armadio della vergogna”. Così Valter Cardi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime degli eccidi nazifascisti di Marzabotto, Monzuno e Grizzana, ha commentato la decisione di giudici di Bologna."Le responsabilità istituzionali e politiche dell’insabbiamento dei fascicoli – ha aggiunto – peraltro sono state compiutamente analizzate da una Commissione parlamentare di inchiesta che ha già depositato le proprie relazioni finali ed ha stigmatizzato la logica della ‘ragion di Stato’ che si impose sui diritti dei cittadini italiani di ottenere giustizia. Riteniamo che il riconoscimento dell’illegittimità delle condotte di occultamento della verità ai cittadini debba trovare una risposta in sede giudiziaria e/o politica e per questo continueremo a batterci".Un fascicolo rimasto chiuso, insieme ad altri 694, per mezzo secolo nel cosiddetto ‘armadio della vergogna’ della Procura Militare di Roma. Riemerso solo nel ’94 dagli scantinati, il suo contenuto era cruciale in quanto fatto di denunce circostanziate sulle stragi compiute dai nazifascisti. Ma anche dopo il ritrovamento, la giustizia andò a rilento: dal 24 dicembre ’94, data in cui pervenne il fascicolo dalla Procura generale militare di Roma che coincide col provvedimento di assegnazione posto in essere dall’allora procuratore militare al sostituto alla data di iscrizione del procedimento intercorse un lasso di tempo di un anno e sette mesi (2 luglio ’96).La Corte ha comunque ammesso l’offesa subita dalle vittime a causa del ritardo della giustizia italiana. "Questa Corte è ben consapevole di quanto sia oggettivamente esecrabile che si sia dovuto attendere oltre mezzo secolo dalla fine del secondo conflitto mondiale perché iniziasse un processo teso all’accertamento delle responsabilità personali per l’eccidio di Marzabotto e che tale ritardo sia addebitabile agli stessi organi dello Stato”. Hanno scritto i giudici della Corte di Appello civile di Bologna nei motivi della loro decisione. Organi dello Stato – hanno spiegato i giudici – "che, invece di perseguire i compiti istituzionali loro demandati dalla legge, si sono resi responsabili dell’occultamento di ogni traccia documentale delle prove raccolte nell’immediato dopoguerra. Che i ritardi e le omissioni che i ricorrenti imputano alla Magistratura requirente militare e/o all’Autorità politica nella ricerca e nella punizione dei colpevoli di crimini di guerra non possono giustificare un ampliamento interpretativo della disciplina dettata dalla legge n.89/2001 non significa non lascino comunque agli interessati la possibilità, nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano, di esercitare dirette azioni risarcitorie ex art.2043 c.c. contro i singoli soggetti e/o le singole Amministrazioni ritenute responsabili dei lamentati danni patrimoniali e non patrimoniali".L’indicazione della sede civile come quella dove esercitare le pretese risarcitorie verrà presto seguita dai famigliari delle vittime di Marzabotto. “Ci troviamo infatti di fronte ad un ‘irrisolto di Stato’ a cui in una democrazia che vuole dirsi compiuta, è moralmente e giuridicamente doveroso dare delle risposte” ha commentato l’avv.Andrea Speranzoni, che ha assistito i familiari con Giuseppe Giampaolo, Manrico Bonetti e Mariachiara Giampaolo. “Ci troviamo infatti di fronte ad un ‘irrisolto di Stato’ – ha concluso – a cui in una democrazia che vuole dirsi compiuta, è moralmente e giuridicamente doveroso dare delle risposte”.

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