“Tutti mi consideravano straniera nel mio Paese”


In collaborazione con Argentovivo Anna Guerzoni è nata a Caracas (Venezuela) nel 1960, da padre italiano (originario di Medolla, in provincia di Modena, nel 1925) e madre venezuelana. Lei racconta la storia di emigrazione di questo padre e i motivi per cui lei stessa, a un certo punto della sua vita, ha deciso di venire in Italia, lasciando la sua famiglia d’origine."Mio papà è emigrato dopo la guerra. Lui è nato a Medolla in via Statale, ma all’età di 2 anni la sua famiglia si è trasferita a Villa Gardè di S.Felice sul Panaro in una casa del 1520, bellissima, che si chiamava “La Torretta”. Dopo la guerra c’era molta povertà e molta fame, perché erano una famiglia numerosa, così i suoi cugini sono emigrati una parte in Australia e una parte in Argentina. Mio padre ha preso una nave ed è andato in Argentina a trovare i suoi cugini e per quattro anni ha lavorato nella raccolta delle patate e dei pomodori. Infatti non mangiava mai né patate né pomodori perché diceva che per quattro anni aveva mangiato solo quello. Negli anni ’50 aveva sentito da suoi amici Italiani, i quali facevano parte di una colonia che già c’era in Argentina, che in Venezuela c’era l’oro e il petrolio. Così lui con uno dei suoi amici ha cominciato a far la salita dell’Argentina, ha attraversato diversi paesi fino a che è arrivato in Venezuela. In Venezuela però l’oro e il petrolio non è che lo ha trovato, anzi ha patito veramente la fame. Mangiava pane con banane, perché questo gli riempiva molto lo stomaco. Quando aveva finito i soldi per pagare la camera che aveva preso per dormire, e quando si era mangiato l’ultima banana e l’ultimo baulino di pane, il giorno dopo per fortuna ha trovato un lavoro come giardiniere in un grande palazzo e lì lavorava mia madre che faceva le pulizie. In un anno e mezzo si sono conosciuti meglio, si sono sposati e sono diventati i custodidi questo palazzo per sei anni.(…)Mio padre mi diceva sempre che loro erano considerati come quelli che toglievano il lavoro ai venezuelani e venivano chiamati “i monsiu” e lui di questo ha sofferto moltissimo. Mi ricordo che quando la polizia ci fermava per fare dei controlli, poiché era uno straniero, gli chiedevano la “tangente” e se lui non pagava potevano inventare delle infrazioni che lo portavano, al limite, anche in carcere. Ad un suo amico che non ha voluto pagare, lo hanno messo in prigione per due giorni perché hanno inventato una falsa infrazione. Quando io ho detto a mio padre che volevo venire in Italia gli è venuto quasi un infarto e mi ha detto: “Che cosa vai a fare l’immigrata in Italia? Ho già vissuto io sulla mia pelle questa condizione, allora non hai imparato nulla da me, della mia esperienza di emigrante”.(…)Io sono venuta in Italia il 4 febbraio 1994. Era un anno molto critico in Venezuela: sei mesi dopo che sono partita, 12 banche sono fallite, compresa la banca Italo-Venezuelana, dove noi avevamo i nostri risparmi. Nel settembre del 1982 il Venezuela ha iniziato una crisi di depressione, c’è stata una svalutazione della moneta e ci sono stati molti problemi economici. Nel 1994 i banchieri sono scappati a Miami con i soldi dei venezuelani e il governo non aveva coperto i risparmi delle persone, neanche la banca Italo-Venezuelana aveva i soldi garantiti, perciò tante persone hanno perso tutti i loro risparmi.Io mi trovavo sola in Venezuela, ero stata sposata, ma avevo divorziato da alcuni anni. Lavoravo in un’azienda, ma non vedevo un futuro positivo e tutti mi consideravano una straniera nel mio paese ed io stessa mi sentivo tale. Lo stipendio non era molto alto, la copertura sanitaria non esisteva, bisognava farsi un’assicurazione privata molto costosa, la mia solitudine mi portava a lavorare tanto, dalle 6,30 del mattino alle 10 di sera e non avevo una vita sociale. Inoltre la mia capo-ufficio, di soli 42 anni, in quel periodo morì d’infarto, perché anche lei come me lavorava tantissimo. Io mi sono spaventata ed ho pensato che anche a me poteva capitare la stessa cosa. Nel mio Paese non mi sentivo sicura, c’era molta delinquenza, non ti potevi fidare della polizia e soltanto nella capitale nel fine settimana c’erano un’ottantina di morti, in conclusione mancava ordine nel mio Paese. Così per tutti questi motivi, quando una signora italiana mi ha proposto di venire in Italia, ho acquistato un biglietto aereo aperto con validità un anno ed il 4 febbraio 1994 sono partita.© 2009 Argentovivo . il mensile dello Spi-Cgil Emilia-Romagna

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