Torino discute, Gaza muore


(8 MAG. 2008) – Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur – scriveva Tito Livio. A Roma si discute e intanto Sagunto viene conquistata. Oggi a Torino si discute mentre Gaza, già conquistata ed espugnata da tempo, muore. Al Salone del Libro di Torino va in scena una nuova puntata del Pensiero Unico. L’altro giorno il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sostenuto che bruciare una bandiera israeliana è più grave che uccidere un ragazzo, oggi il Presidente Napolitano ci spiega che non c’è pace senza il riconoscimento di Israele e non cita neppure di sfuggita il dramma di Gaza, il più grande campo di concentramento a cielo aperto che la Storia abbia mai conosciuto. Non ci spaventa usare il termine lager perché quello che accade a Gaza ci riporta direttamente alle parole del più grande intellettuale che l’Italia abbia avuto, Primo Levi, e al suo “universo concentrazionario”. Nell’epoca moderna la Storia ha conosciuto molte variazioni sul tema concentrazionario: i lager nazisti, i gulag sovietici, i campi della morte cambogiani, i lager a due passi da casa nostra nella Bosnia in guerra. Oggi, è necessario dirlo con tutta la forza possibile, ancora a un passo dall’Europa esiste un grande immenso campo di concentramento, dove la gente è costretta da muri e fili spinati, destinata a una vita di stenti senza acqua senza cibo senza energia elettrica, ai limiti della condizione umana. L’APPELLO DELLE ONG La più grande organizzazione non governativa emiliana, il Gvc, ha sottoscritto insieme alle Ong inglesi che operano in Palestina un appello accorato in cui si afferma che: “Le attuali condizioni di vita degli abitanti della Striscia di Gaza sono le peggiori registrate dal 1967 ad oggi”. Cioè le peggiori che si siano mai viste nella storia palestinese. Leggiamo il testo dell’appello. “La società civile palestinese tenta disperatamente di fare pressioni sul “Quartetto Onu”, composto da Usa, Unione Europea, Russia e dal Segretario Generale delle Nazioni unite Ban Ki Moon, affinché interrompa immediatamente l’atteggiamento di ‘accondiscendenza’ verso i continui attacchi israeliani ai civili palestinesi. Solo dall’inizio del 2008, si stima siano stati uccisi dai bombardamenti israeliani circa 200 civili palestinesi, di cui il 30% deceduti a causa dell’insufficienza di strutture mediche adeguate. A rendere ancora più allarmante la situazione è l’embargo che il governo israeliano ha imposto all’Autorità nazionale palestinese in seguito alla vittoria di Hamas nelle elezioni politiche del 2006”. “L’agenzia dell’Onu per le emergenze umanitarie (UNRWA) – scrivono le ong inglesi nel comunicato – sono state costrette la scorsa settimana a sospendere temporaneamente la distribuzione di cibo a 650.000 persone a causa della mancanza di carburante”. Migliaia di persone sono costrette a cercare generi di prima necessità nel confinante Egitto, l’accessibilità all’acqua potabile diviene ogni giorno sempre più difficile, la mancanza di carburante rende quasi impossibile la fornitura continuativa di energia elettrica, 1.500.000 palestinesi innocenti vivono ogni giorno nella prigione a cielo aperto più grande del mondo, nel terrore che ogni giorno della loro vita possa essere l’ultimo. Sono essenzialmente tre le garanzie che le ong inglesi chiedono alla Comunità Internazionale: 1) il rifornimento di carburante per coprire almeno i fabbisogni elementari della popolazione 2) la sicurezza dei generi di prima necessità come cibo, medicine, acqua, strutture sanitarie ed equipe mediche adeguate, carta per uso scolastico 3) la riapertura di tutte le vie di passaggio per il transito di merci e persone. “E’ tempo per le persone con responsabilità morale e autorità internazionale di intraprendere azioni decisive” ha detto Daleep Mukarji, direttore di Christian Aid UK. La comunità internazionale non può più fare finta di niente. C’è bisogno di una coraggiosa presa di posizione da parte delle alte rappresentanze diplomatiche affinché cessino i massacri e si inizi finalmente a pensare alla costruzione del tanto agognato Stato Palestinese”. Aggiungiamo noi che forse non sarà politicamente corretto essere in disaccordo con le parole del presidente Napolitano, ma oggi è impossibile condividerle. Parlando del Salone del Libro ha detto: “Si tratta di un contesto e di un clima che non possono essere turbati e deviati da contese politiche o da intrusioni pretestuose: i valori essenziali che la Fiera esprime sono quelli del confronto e del dialogo tra culture, posizioni di pensiero, esperienze creative”. Tutto qui, Presidente? Non turbiamo librai ed editori? E i bambini, le bambine, i giovani, le ragazze, gli uomini, le donne, gli anziani di Gaza? Un milione e mezzo di internati, non contano neppure un sospiro? E’ per questo che parliamo di Pensiero Unico, che dall’estrema destra al Partito democratico ci ridà della crisi mediorientale un’immagine falsata, priva di questi protagonisti sofferenti e silenziosi. Non c’entrano bandiere bruciate, cortei o riconoscimenti dello stato di Israele che nessuno sta mettendo in discussione. C’entra la vita di un milione e mezzo di palestinesi. Di fronte a questo abominio è lecita la protesta, è lecito il dissenso, è lecito scandalizzarsi. Israele marcia verso il sessantesimo anniversario della sua fondazione, i palestinesi chiamano quella data al-Naqba “la catastrofe”. Con tutto l’affetto per Israele, come dar loro torto oggi, dopo 60 anni di guerre e di divisioni? Gaza e i suoi “internati” sono una catastrofe per la coscienza dell’Occidente, per lo Stato di Israele, per la politica mondiale (e ancor più per quella italiana). Probabilmente gli americani eleggeranno in novembre il loro primo presidente nero. Sarà una macchia lavata via dalla Costituzione americana, nata con il peccato originale degli uomini nati tutti uguali a parte quelli di colore. Ma sarà anche questa un’altra “catastrofe” per Gaza e per i palestinesi perché nessun candidato alla presidenza (neanche George W.) ha mai avuto un atteggiamento a senso unico, anti-palestinese come Barack Obama. Forse in un mondo così diviso e così arrabbiato, il mondo degli uni contro gli altri, una preghiera potrebbe accomunare tutte le religioni, da Roma all’Islam all’ebraismo: “Grazie Signore, di non avermi fatto nascere a Gaza”. Le firme dell’appello delle Ong: Oxfam; Christian Aid; CARE International UK; CAFOD; Medecins du Monde; GVC – Gruppo di Volontariato Civile (Italia); ACSUR Las Segovias (Spagna); Al-Mezan Centre for Human Rights (Palestina); Alternative Information Centre (Israele/Palestina); Campaign for the Children of Palestine – CCP (Giappone); CISS – Cooperazione Internazionale Sud Sud (Italia); Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione – C.R.I.C. (Italia); Diakonia Regional Middle East Office (Svezia); European Jews for a Just Peace Germania; Gisha – Legal Center for Freedom of Movement (Israele); Japan International Volunteer Center (JVC); Kvinna till Kvinna Foundation (Svezia); MAP-UK (Regno Unito); medico international e.V. (Germania); medico international Schweiz (Svizzera); Mundubat (Spagna); Norwegian People’s Aid – Palestina; Norwegian Refugee Council; Olive Oil Campaign / Kampagne Olivenöl (Svizzera); Palestinian Medical Relief Society – PMRS (Palestina); The Palestine Solidarity Association of Sweden; Physicians for Human Rights – Israele; Terre des Hommes Italy; Women Against Violence (Israele); Zochrot (Israele).

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