Tombini dal mondo a Ferrara


FERRARA, 25 MAR. 2010 – Cosa ci fa l’ambasciatore della Svezia a Ferrara? Scoperchia un tombino di manifattura e marchio svedese. Lo scoperchia nel senso di inaugurare. Il tombino in questione, infatti, è già stato a suo tempo sollevato e trasportato nella città estense e ora, su un piedistallo, fa parte dell’insolita mostra del Museo archeologico nazionale. Da ieri fino al 31 ottobre a fianco di vasi, statue e altri reperti etruschi sarà possibile ammirare una settantina di ghise provenienti da diverse metropoli di tutto il mondo. Un’iniziativa che si deve a Stefano Bottoni. Già ideatore del Ferrara busker festival, è lui ad aver voluto credere in questo altro grande progetto: il Museo internazionale delle ghise (Internationale Manhole Cover – così si chiamano i tombini in inglese – Museum).La raccolta è partita nel 2003 grazie a una donazione del sindaco di Praga. Al tombino della capitale ceca si sono via via aggiunti, in breve tempo, tante altre ghise, le più lontane provenienti da Cuba e Brasile. Su di ognuna è scritta una storia, raccontata da un bassorilievo. Sul tombino di Danzica c’è una corona con due croci, ricordano che dal porto di quella città partivano le navi dei crociati. Sul tondo di Valencia c’è il marchio del pipistrello di Fagundo Bacardi, lo stesso contrassegno che si trova sulle etichette dell’omonimo rhum. Su quello di Praga c’è disegnata la torre del ponte di Mala Strana. "Capolavori", come dice il titolo della mostra, "calpestati". Sottotitolo: "Quando l’arte è sotto i piedi".C’è un motivo se per l’inaugurazione della mostra è stato chiamato l’ambasciatore svedese. Si è voluto rendere omaggio al re di Svezia Gustavo VI, che all’inizio degli anni sessanta si accasò per diversi mesi a Ferrara, impegnato nelle ricerche archeologiche in valle Trebba, nel sito di Spina. "Cos’è in fondo un tombino se non il legame fra il mondo di sopra e quello sotterraneo dell’archeologia?" – ha commentato Stefano Bottoni. Come dire, una frase che chiude il cerchio, anzi il tombino di queste strane nozze tra fragili reperti dell’arte classica e pesanti manufatti dell’era industriale.

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