Teatro contro


24 LUG. 2009 – Qualche giorno fa, a Lodi. Alle nove di sera la libreria Sommaruga è ancora aperta perché deve ospitare la presentazione del Rapporto Ecomafia 2009 redatto da Legambiente. Io sono lì per incontrare un ragazzo, che arriva quasi per ultimo a bordo di un’automobile blu con i vetri scuri. Con lui ci sono due agenti in borghese, lo seguono come un’ombra e non si allontanano nemmeno quando lo avvicino e gli chiedo se ha cinque minuti da dedicarmi per rispondere a qualche domanda.Quel ragazzo è Giulio Cavalli, un attore milanese di 32 anni che abita a Tavazzano con Villavesco, in provincia, dove è direttore artistico del teatro Nebiolo. Da poco più un anno vive sotto scorta.Da fine marzo 2008, per la precisione, quando è andata in scena la prima del suo spettacolo "Do ut des, riti e conviti mafiosi". Una performance comica, ma destabilizzante. In cui, con ironia, Giulio ha deciso di prendere in giro Cosa Nostra e la sua ritualità, leggendo gli sgrammaticati pizzini di Bernardo Provenzano e sottolineandone gli strafalcioni. Sono bastate due repliche perché arrivassero le minacce. La prima via mail, una lettera anonima piena di insulti in cui spiccava un riferimento a Peppino Impastato, morto ammazzato trent’anni fa dopo aver scelto la radio per lanciare la sua satira anti-mafiosa. Poi, pochi giorni dopo, sulla porta del teatro Nebiolo è comparso il disegno di una bara, con sotto la scritta "Cavalli".Incontrare Giulio vuol dire entrare a contatto con l’esperienza di un artista che pur essendo nato al nord ha deciso di combattere la criminalità organizzata, senza mai farsi intimidire. Con lui abbiamo voluto riflettere sulla crescente penetrazione di mafia, ‘ndrangheta e camorra in regioni come l’Emilia-Romagna e la Lombardia. E capire perché si fa ancora così tanta fatica a parlarne.Parlando del tuo lavoro, tu dici che ti piace pensare “ad un teatro partigiano piuttosto che ad un teatro civile”. Perché?Perché c’è un teatro, definito civile, che si occupa solo di fare memoria di eventi. E che quindi racconta le cose così come si sa già che sono successe. Io non lo contesto, perché rientra comunque in un percorso artistico, ma credo che sia fondamentale, in un momento di deriva culturale come questo, prendersi la responsabilità di schierarsi, di essere di parte nella storia che si vuole raccontare. I miei lavori sono sempre contro qualcuno. Ho fatto uno spettacolo sulla pedofilia in cui ero contro i turisti sessuali, un altro su Linate in cui analizzavo le responsabilità politiche che hanno causato l’incidente avvenuto nel 2001 nell’aeroporto milanese. E ultimamente mi oppongo alle famiglie mafiose, ma soprattutto alla politica dei colletti bianchi che favorisce le infiltrazioni criminali. E’ in quest’ottica che hai deciso di aprire il “Centro di documentazione per un teatro civile” e che hai scelto di avvalerti del contributo di giornalisti per la realizzazione dei tuoi lavori?In Italia stiamo vivendo un momento particolare: i giornalisti non hanno lo spazio di scrivere ed esistono dei fatti che difficilmente si riescono a raccontare. I nuovi teatranti molto spesso si sono fermati ad un aspetto che è prettamente estetico ed è diventato quasi onanistico, per cui non facciamo nient’altro che raccontarci e parlarci addosso. Invece, secondo me, il teatro deve diventare funzionale al giornalismo, raccontando i fatti così come vanno raccontati. Questo è un momento di opportunità, sta a noi sfruttarlo o meno.Nei tuoi spettacoli – come hai già accennato – ti sei occupato della Resistenza, del G8 di Genova, della strage di Linate e del turismo sessuale nei confronti dei minori. Poi hai deciso di affrontare un argomento addirittura più scomodo: la mafia. In che modo, secondo te, il teatro e la cultura in generale possono combatterla?Io penso che in Italia non esista una linea nazionale da seguire per combattere la mafia. Qui da noi c’è un nord che non ha consapevolezza, anzi ha la presunzione di voler ignorare ritenendosi immune da un fenomeno che invece esiste dai tempi di quella sbagliatissima legge sul confino, che ha coinvolto molti malavitosi. E dall’altra parte c’è un sud che l’antimafia la fa da tempo e con degli ottimi risultati. Può contare su ragazzi giovani – le nuove generazioni – che hanno voglia di lottare. Di fronte a un nord da svegliare e a un sud che ha bisogno di un maggior sostegno, il teatro, con la sua capacità di raccontare storie, può essere quindi lo strumento adatto per intervenire. E proprio in quest’ottica quella contro la mafia diventa una battaglia culturale. La criminalità organizzata è dunque un problema che coinvolge anche il nord Italia. Tu stesso ne hai parlato pochi giorni fa in un incontro organizzato dei ragazzi di Cortogno di Casina, nel Reggiano. E lo si è visto anche con gli arresti di 12 esponenti del clan dei Casalesi, effettuati a Modena la scorsa settimana. Ma è sempre la stessa mafia? O qui da noi si presenta sotto nuove forme?Beh, se tu ci pensi la mafia è il fenomeno più liquido che esista. La liquidità è addirittura post-moderna, per cui riesce – soprattutto al nord –  a incunearsi in modo assolutamente invisibile nella società. Il pizzo, ormai, è diventato un’opportunità economica. In questo periodo mi chiedono spesso un commento sull’Expo di Milano, ma io mi rifiuto di dover dare delle spiegazioni al sindaco Moratti sul perché dovrebbero entrarci delle infiltrazioni mafiose. E’ la Moratti, piuttosto, che deve convincere me che riuscirà a bloccare le infiltrazioni mafiose nell’Expo. Io penso che questa incomprensione di fondo sia gravissima. Il problema è che le famiglie mafiose esistono qui da sempre, tanto che negli anni si è sviluppata una mafia indigena ed endogamica. Il boss Tano Badalamenti, che tutti conoscono grazie al film “I cento passi”, era a Sassuolo. C’è un’informativa di quegli anni che dice che aveva il controllo delle attività edilizie della città. Invece a Spino d’Adda, un paesino a 10 chilometri da Lodi, abbiamo i Molluso, che sono una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta in tutto il nord Italia. L’arrivo della mafia al nord non è assolutamente una novità.Ma le istituzioni non lo ammettono…Se per istituzioni si intendono le forze dell’ordine e la magistratura, allora non è vero che non lo ammettono. Loro lavorano da anni e continuano a farlo. Ma la magistratura si può muovere solo se c’è una segnalazione. E la segnalazione è quasi sempre figlia di una consapevolezza politica. Qui al nord, qualsiasi parte politica, sia di destra che di sinistra, è in realtà abituata ad amministrare, ma per farlo ha bisogno di non creare allarmismi. E quindi minimizza. Il giorno in cui avremo dei politici che invece di amministrare decideranno di prendere una posizione, probabilmente riusciremo a svegliare la società civile. O altrimenti ci si ritrova a dover ricorrere al solito "voyeurismo savianicolo", per cui bisogna raccontare com’è difficile essere intimiditi e tutto il resto. Ma un territorio che legge “Gomorra” e non sa cosa fanno i colletti bianchi della Provincia è un territorio che non conosce se stesso.Nel tuo ultimo spettacolo, “A cento passi dal Duomo”, tu e il giornalista Gianni Barbacetto parlate della mafia quotidiana, contro cui lottano “delle persone ordinarie, persone che chiedono di alzare la testa”. Che cos’è?E’ quella con cui ha fatto i conti Rita Atria, una ragazzina di Partanna morta suicida perchè aveva denunciato i suoi fratelli e la sua famiglia come appartenenti a Cosa Nostra. Rita si è uccisa pochi giorni dopo che è stato ammazzato Paolo Borsellino, l’unico rappresentante del mondo delle istituzioni di cui aveva fiducia, e diceva una frase bellissima: "Per fare la lotta alla mafia bisogna cominciare a sconfiggere la mafia che c’è dentro di noi, poi la mafia che c’è nella nostra famiglia e solo allora si può guardare al di là". Invece ormai, soprattutto al nord, c’è l’abitudine di comprare le indulgenze proiettando “I cento passi”, oppure invitando la vedova di Libero Grassi, e in realtà ci si dimentica che ci sono ancora persone come l’imprenditore Daniele Polenghi, che qui nel lodigiano una decina di anni fa ha dovuto pagare il racket. O che in via Verdi a Milano, proprio dietro La Scala, c’è un gioielliere che fino al dicembre dell’anno scorso ha pagato il pizzo, ma poi ha avuto il coraggio di parlare.  Il problema è che sul giornale queste sono notizie di occhiello, perché la società civile permette che rimangano notizie di confine. Ed è anche così che si alimenta la mafia quotidiana.A me piacerebbe che fosse la società civile a costringere la classe politica a prendere delle posizioni contro la criminalità organizzata. Penso che questa sia la soluzione più fattibile per sconfiggerla. Perché, come è già stato detto qualche mese fa in occasione della quattordicesima Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, “solo l’etica libera la bellezza”.

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