Tanzi: “Non ero matto, mi stava a cuore la Parmalat”


20 MAG. 2009 – "Mi stava a cuore il bene dell’ azienda, la sua salvezza e la salvezza delle persone che vi lavoravano". Sono le poche parole che Calisto Tanzi, l’ex patron di Collecchio, ha pronunciato oggi a Milano fuori dall’ aula dove è in corso il processo Parmalat-banche dove avrebbe dovuto essere interrogato ma a sorpresa ha dichiarato di non voler rispondere alle domande. Ai cronisti che gli hanno fatto notare che nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici milanesi lo hanno condannato a 10 anni di carcere per aggiotaggio lo si accusava di non aver mai lavorato per salvare l’azienda ma solo per arricchirsi, Tanzi è sbottato: "secondo lei uno che ha un’azienda con più di 36 mila dipendenti diretti non pensa a salvarla?". Secondo l’ex presidente del gruppo quello che ha scritto il Tribunale "non è vero, è esattamente l’opposto". Dopo di che ha proseguito: "mi stavano a cuore il bene dell’azienda, la sua salvezza e quella delle persone che vi lavoravano direttamente e indirettamente. Tra una storia e un’altra – ha proseguito – c’era un indotto di 100 mila persone".Muto davanti ai giudici. Tanzi questa mattina era stato convocato dalla Procura al processo che si sta celebrando davanti al collegio presieduto da Gabriella Manfrin, nel quale sono imputati Deutsche Bank, Citigroup, Bank of America e Morgan Stanley Milan Branch, in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, e alcuni loro funzionari e loro dipendenti accusati di aggiotaggio. Fino a ieri sera lui, con i suoi difensori, aveva confermato la disponibilità a rispondere alle domande dei pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino. Invece questa mattina mentre già in aula si sapeva che il suo interrogatorio in qualità di imputato di reato connesso avrebbe dovuto riguardare anche alcune ‘due diligence’ di Citigroup, l’ex imprenditore ha dichiarato di volersi avvalere della facoltà di non rispondere e di confermare tutto quello che finora aveva dichiarato. In sostanza le sue dichiarazioni spontanee. E così ha lasciato l’ aula davanti allo stupore degli avvocati e al disappunto dei pm. Appello per "diagnosi" sbagliata. Mentre Tanzi stava lasciando il Tribunale, i suoi difensori Giampiero Biancolella e Fabio Belloni, a proposito delle motivazioni della sentenza della prima sezione del Tribunale hanno letto un comunicato: "il cavalier Tanzi nel ribadire il massimo rispetto per la giustizia in relazione alla motivazione, intende precisare che si aspettava un giudizio severo ed anche aggettivazioni dai toni forti, non certamente una diagnosi appartenente al mondo della psichiatria". "Appare allora legittimo – hanno continuato i due legali – chiedersi come mai per tredici anni nessuna delle persone che lo frequentavano, familiari, amici, politici, imprenditori, banchieri, avesse percepito che fosse affetto da deliri di onnipotenza, grave patologia psichiatrica". Alla luce di quanto scritto nelle motivazioni i difensori annunciano che sottoporranno al "giudizio di revisione" della corte d’appello l’intera sentenza comprese le affermazioni ("delirio di onnipotenza") relative alla "patologia ritenuta sussistente dal Tribunale".

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