Suicidio annunciato per la brigatista Blefari Melazzi


1 NOV 2009 – La sua condanna all’ergastolo per l’assassinio del professor Marco Biagi era appena diventata definitiva. Ma quella che era una sentenza di giustizia si è trasformata invece in una sorta di vendetta dello Stato che (non è storia di oggi) nega i diritti fondamentali, alla vita e alla salute, ai suoi cittadini detenuti.Diana Blefari Melazzi si è impiccata ieri sera, attorno alle 22:30, utilizzando lenzuola tagliate e annodate nella sua cella nel reparto isolamento del carcere Rebibbia femminile a Roma. Ad accorgersi quasi subito dell’accaduto sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che hanno sciolto con difficoltà i nodi delle lenzuola e hanno provato a rianimarla senza successo.La reazione degli avvocati difensori della brigatista è stata immediata: "Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il profondo disagio di Diana Blefari Melazzi. Ora è troppo tardi". L’avvocato Caterina Calia, insieme all’avvocato Valerio Spigarelli, hanno ricordato le numerose perizie psichiatriche a cui è stata sottosposta Diana Blefari Melazzi per verificare la sua capacità di stare in giudizio: la donna soffriva di una grave patologia psichica e più volte le stesse difese avevano sollecitato il riconoscimento di tale situazione. Ma tutte le istanze erano state rigettate. Anzi tra meno di un mese la detenuta avrebbe dovuto comparire a giudizio per l’aggressione ad un agente di custodia avvenuta nel 2008 e riconducibile sempre al suo stato mentale.L’avvocato Caterina Calia ha ricordato "le battaglie che da almeno 4 anni stiamo facendo a colpi di perizie per Blefari Melazzi". "Era una donna ammalata – ha aggiunto – soffriva di un profondo disagio e aveva bisogno di cure adeguate e di stare in luoghi adeguati che non erano certo il carcere".MORIRE DI CARCERE"Il sistema carcerario italiano ha dato, ancora una volta, l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima". Lo ha detto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando il suicidio, in una cella del carcere di Rebibbia, di Diana Blefari Melazzi. Il Garante ha ricordato che due anni fa, nel novembre del 2007, aveva già denunciato pubblicamente il caso della Blefari Melazzi soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida ristretta in regime di 41 bis. "I precedenti familiari della donna – ha spiegato – le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si è attivato in tempo". "Evidentemente – ha concluso Marroni – il fatto che dopo gli allarmi sia stato declassato il regime dal 41 bis a detenuta comune non ha comunque aiutato questa donna che ha continuato a tenere un atteggiamento di totale chiusura verso tutto e verso tutti. A quanto sembra, nei giorni scorsi era stata fatta tornare da Sollicciano per sentirsi confermare la sentenza. Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere".SCENDE IN CAMPO ANTIGONEDel caso si era occupata, su richiesta della famiglia di Diana Blefari Melazzi, anche l’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri. Il suo presidente, Patrizio Gonnella, ha rivelato oggi che "Diana Blefari era stata trasferita dal carcere di Firenze a Rebibbia a Roma senza che la famiglia a tutt’oggi fosse avvertita"."I parenti di Diana Blefari, dopo la recente condanna all’ergastolo – ha aggiunto Gonnella – avevano programmato per domani di partire per Firenze per fare visita alla Blefari". Tra quelle di parte e quelle ordinate dal tribunale, ricorda Gonnella, sono state 30 le perizie su Diana Blefari. Ma non sono servite evidentemente a nulla.IL CENTROSINISTRA ACCUSA: NELLE CARCERI SITUAZIONE INSOSTENIBILE"Quella di Diana Blefari era una tragica fine annunciata. Da tempo la detenuta soffriva di gravi problemi psichici tali da suggerire un diverso trattamento penitenziario, come gli stessi medici di Rebibbia avevano sostenuto". Lo ha detto, in una nota, l’assessore regionale del Lazio al Bilancio Luigi Nieri a proposito del suicidio nel carcere di Rebibbia di Diana Blefari Melazzi."La morte della Blefari è frutto della stessa ‘disattenzione’ riservata a Stefano Cucchi – ha aggiunto Nieri – E’ questo l’ennesimo sintomo di una giustizia che colpisce in modo iniquo, salva i potenti e manda a morte gli altri. In questo momento ci dovrebbe essere il rammarico di chi non ha creduto sino in fondo al suo malessere. Il passato della Blefari non giustifica un trattamento così miope nei suoi confronti. La morte per suicidio di un essere umano nelle patrie galere rappresenta, sempre, una sconfitta per lo Stato".Molto pesante anche il giudizio di Giulio Petrilli, responsabile provinciale Pd dipartimento diritti e garanzie, il quale ricorda: "Sollevai il suo caso insieme ad altre persone (deputati, consiglieri regionali, esponenti di partito) in quanto in una visita con dei parlamentari nel carcere de L’Aquila dove era detenuta più di due anni fa, ci rendemmo conto della gravità del suo stato di salute; non mangiava, non parlava con nessuno, non si alzava dal letto, questo per mesi interi. Abbiamo fatto di tutto per farla trasferire, dopo alcuni mesi fu trasferita al centro clinico psichiatrico di Sollicciano, poi a Roma dove oggi si è suicidata. Era palese che avesse una forma gravissima di depressione, non poteva stare in regime di 41 bis o regimi speciali. Fu richiesta una soluzione che allievasse questa situazione, un intervento umanitario. Ma niente. Così purtroppo si muore nelle carceri. La democrazia e il diritto devono vigere anche nelle carceri e valere anche per chi ha commesso gravissimi reati, questa è la forza dello stato di diritto".I SINDACATI PENITENZIARI: ANCHE COLPA DEL SOVRAFFOLLAMENTOC’era un solo agente in servizio nella sezione femminile di Rebibbia al momento del suicidio di Diana Blefari Melazzi. Lo rivela Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria (Osapp): "Nonostante il carcere di Rebibbia femminile sia quello più grande d’Italia e con la più grave carenza di agenti, il personale in servizio è stato tempestivo ed è subito intervenuto per prestare soccorso".Di notte, in sezione, ha spiegato Beneduci, è generalmente presente un solo agente che però ha la responsabilità di sorvegliare un numero sempre maggiore di detenuti visto l’elevato tasso di sovraffollamento delle carceri italiane. L’Osapp, inoltre, punta il dito contro la carenza di agenti a Rebibbia femminile dovuta anche al fatto che "da lì attingono gli uffici ministeriali per dirottare il personale verso attività amministrative non istituzionali. Su questo fronte – prosegue Beneduci – il capo del Dap Franco Ionta non è mai intervenuto, tanto che a Rebibbia femminile spesso saltano ferie e riposi".Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe) precisa che "quello della detenuta brigatista Diana Blefari Melazzi nel carcere romano di Rebibbia è, a quanto ci risulta, il suicidio numero 60 di un detenuto avvenuto quest’anno"."Con un sovraffollamento di 65mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila – ha proseguito il segretario del Sappe – accadono purtroppo questi episodi. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano 10 tentativi di sui
cidio di detenuti nei penitenziari italiani".LA RISPOSTA DELLO STATO: INCHIESTA SENZA INDAGATILa procura di Roma ha aperto un’inchiesta per chiarire le cause del suicidio. Il pm Maria Cristina Palaia ha aperto, per ora, un fascicolo cosiddetto "modello 45" ossia senza indagati e ha disposto l’autopsia.Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, (quello del famigerato lodo bocciato dalla Corte costituzionale, insomma il ministro che si occupa quasi a tempo pieno di togliere dai guai giudiziari Silvio Berlusconi) ha dichiarato: "Abbiamo già avviato una puntuale e attenta inchiesta amministrativa che affiancherà quella giudiziaria" così da "fare immediatamente luce sull’accaduto".Un’inchiesta che parte però già da un assunto, espresso chiaramente dal ministro: "La neobrigatista Blefari era in regime di detenzione e in una situazione carceraria compatibile con le sue condizioni psicofisiche così come stabilito dall’Autorità giudiziaria".Parole che contrastano sia con la realtà sia con l’esito dell’ultima visita (due giorni fa) di uno psichiatra, per constatare il suo stato emotivo. Lo psichiatra aveva accertato "un forte stato di prostrazione".

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet