Su e giù per le scale mobili


“Doveva aprire il 12 agosto 1963 il Coop 1. Ma non è reale quella data lì, la data è il 19 perché avevano impiantato le scale mobili e lì passa il Crostolo, il letto del torrente Crostolo, lì dove c’è il Coop1, era venuta su molta acqua, quindi non si poteva, hanno dovuto poi mettere un pozzo, delle autoclavi che ci sono ancora e quindi abbiamo aperto il 19”. Coop 1 non è un supermercato. E’ un pezzo della storia di Reggio Emilia, e anche della cooperazione e del modo di far la spesa. A modo suo una piccola rivoluzione; all’inizio guardata male, come tutte le rivoluzioni d’altra parte. E con la sua storia tormentata che vede crescere attorno a sé una “città contadina”.Stiamo parlando del primo supermercato che la Coop abbia mai aperto in Italia. A Reggio Emilia, in Corso Garibaldi, a due passi da piazza Camillo Prampolini, quello che le cooperative le ha inventate. Un nome divenuto istantaneamente e a sua insaputa un “brand”, grazie a una sorta di marketing involontario: Coop 1, o “copùno” come è poi diventato per la gente.A parlarci di questa piccola avventura sono tre donne che hanno fatto la storia di Coop1: Fausta Poli che il negozio lo ha visto nascere tra le sue mani, Daniela Vezzosi che è stata protagonista della vera e propria battaglia per tenerlo aperto, Piera Vitale che per anni è stata l’anima di copùno. Tre donne non a caso, perché il lavoro in gran parte era proprio nelle mani delle donne. Commesse diventate, poi, con un po’ di fatica, capo-negozio; a loro il compito di rappresentare la “prima linea”, quella a contatto diretto con i soci (i consumatori, si direbbe oggi).“E’ stata una giornata memorabile – così ricorda Fausta l’inaugurazione – perché c’era una "mareeea" di gente e poi ci avevano molto caricate perché noi, diversamente dalle altre commesse, abbiamo avuto anche un periodo di scuola, come dire, di addestramento. L’abbiamo fatto in via Passo Buole con una dottoressa che si chiamava Fossi e che ci ha spiegato tutto: la merceologia, l’esposizione. Si doveva dare del lei, non si poteva dare del tu e ci si doveva chiamare per cognome. Insomma, era tutto un po’ fuori dai miei canoni perché io sono sempre stata abituata a dare del tu, a fare poche storie. Però andava fatto così, ma io ero contenta perché, tra l’altro, avevo di nuovo un posto. E poi ci avevano fatto delle divise bellissime, grigie, con le scarpine décolleté. Sembravamo delle hostess”.E così è iniziata l’avventura di Coop 1: “Sembrava che partisse bene – continua Fausta – invece, ha avuto dei momenti difficili, perché in pratica avevamo più personale che vendite. In quel periodo c’erano ancora i negozi tradizionali. Tutta la roba confezionata era proprio una rivoluzione. Uno andava là e si trovava la bistecca confezionata. "Eh no, no, no, no!", ti sentivi dire, "vado dal macellaio, per l’amor di dio!". Eravamo i primi ad avere anche la frutta già impacchettata, i formaggi, la verdura. Erano venuti dei tecnici da Milano per spiegarci tutto quanto. E poi avevamo messo tutti quei pannelli, di Stainer. Bellissimi”.Poco prima aveva aperto la Standa, ma alla Standa non c’erano le scale mobili come alla Coop. Fausta se lo ricorda bene: “Salvarani, che adesso è il direttore della reumatologia, abitava sopra Coop1. Tanto tempo dopo, quando mi ha visto, mi ha riconosciuta e mi ha detto: "Ah ma io venivo sempre con la mia tata, su e giù per le scale mobili…" La gente veniva davveroo con i bimbi per andare su e giù per la scala: era un evento, una novità. Venivano le scolaresche. C’erano anche I carrelli… Dodon dodon… Quel momento è stata una cosa bella, io l’ho vissuto benissimo”.In realtà non sono tutte rose e fiori all’inizio. Soprattutto i soci degli spacci non erano contenti perché dovevano contribuire al bilancio negativo: “Sì, perché non arrivando al preventivo che Coop1 si era dato, le altre cooperative dovevano aiutare per tenerlo aperto, altrimenti rischiava di fallire; se fosse stato un privato avrebbe chiuso, dichiarato fallimento. Ci fu anche una riduzione del personale, 6 o 7 commesse vennero spostate ad altre aziende cooperative. Poi però è partito, la gente ha cominciato ad abituarsi. Ma ci son o voluti 4 o 5 anni”.E alla fine “copùno” decolla proprio con il 1968: “Pian piano, se uno faceva tanto di venire, finiva per trovarsi bene, perché era poi un "iper" eh! Era un "iper" di adesso: c’era tutto! Verso la fine degli anni sessanta si è cominciato a vendere bene e da lì siamo stati tranquilli”.Cambiano le abitudini dei consumatori e cambia anche la società, arriva anche il femminismo. E Fausta da semplice commessa, da “ragazza di supermercato” riesce a diventare capo-reparto. “Come ho fatto? Guarda, tu non mi crederai, io me lo chiedo tante volte… Giuro! Quando mi hanno chiamato per caporeparto, nel 1969, ho detto: "Io!?" "Eh", han detto, "se vuoi fare esperienza…". Io sono un po’ curiosa, mi piacciono sempre le cose nuove, le sfide, ho accettato. Poi mi chiesero anche di fare il caponegozio. "Caponegozio!?", ho detto. Erano 19 anni che stavo al Coop1.Tante feste ma all’inizio anche tante critiche: “Io sono un capricorno – dice Fausta battendo le nocche sul tavolo – e se non c’ero io, i turni non si facevano, questo qua lo posso dire. Il Coop1 era stretto, aveva delle corsie strette, facevamo anche molta fatica a rifornire gli scaffali. Lessi su un giornale, non so adesso quale, qualcosa di inerente la turnazione anche nella distribuzione, così cominciai coi turni. Ho sempre avuto la mania degli orari. Vedevo che sulla carta i miei conti tornavano, allora ho cominciato a fare le riunioni a casa mia perché avevamo un caponegozio e un caporeparto che non erano d’accordo, facevano delle storie e dicevano che i turni non si potevano fare”.I “capi” (di reparto e di negozio) erano allora tutti uomini e per Fausta l’emancipazione significa proprio arrivare ad un ruolo di gestione: “Avevamo 22 uomini quando sono diventata caporeparto, è stata non dura, di più. Perché si doveva proprio mediare. Per dire a un mio collega "Guarda, secondo me hai sbagliato", ci si doveva andare con i piedi di piombo… "Stai attento". "Va bene…" Patapunf! Una volta un commesso dal nervoso aveva lanciato una punta di grana. Era andata a finire dentro al cestino di plastica del latte. Io mi sono trattenuta. Sono andata là: "Veh, allora, hai fatto bene a fare come ti ho detto, sta bene eh, ti piace?" "Sì". Così andavano le cose”.“Lo stesso quando sono stata presentata a Correggio come caponegozio, è stato troppo forte perché… viene Borghi, sai, mi portava sempre lui: "Questa è una signora che ha quest’esperienza, ha qua e là…" insomma, dice "adesso la proverete". Allora salta su un ragazzo e fa "Beh, bisogna portare una donna da Reggio che ci siamo in tanti uomini qua!?" Mi son detta: "Andiamo bene come primo giorno! Benvenuta". Poi, invece, sono stata molto fortunata anche lì”.“Sono fortunata anche perché ho un marito troppo, troppo… lui fa tutto, mi aiuta a far tutto, noi facciamo tutto assieme… E allora, sai, con la possibilità che lui mi aiutava a casa, avevo anche mia mamma, mi aiutavano, ho potuto anche esprimere di più. Perché se avessi avuto anche la bimba… invece mia madre è rimasta vedova a 42 anni, è venuta in c
asa con me e quindi ha allevato mia figlia. E’ venuta nel ’65, mia figlia è nata nel ’66, me l’ha tirata su lei. Mentre tante colleghe hanno dovuto dire di no. Mi ricordo che avevo contattato una ragazza che era molto brava, molto valida. Le chiesi di fare capoturno. Non accettò, perché in quel momento aveva gli suoceri ammalati e altri problemi: aveva due figli e non sapeva dove metterli”.Negli anni la Coop cambia e anche molto. Prima i dirigenti addirittura andavano ad aiutare a caricare la merce, poi con la crescita dell’azienda progressivamente la dirigenza diventa più lontana, manageriale. “Io – continua Fausta – son già sedici anni che sono a casa, non l’ho vissuta così come chi la vive adesso. Ho visto la crescita della Coop, certo. Ho visto Coop1 perché ero lì. Poi ho visto i supermercati di Canalina, Reggio Est. Anche quando hanno aperto Canalina, sono venuti a mancare dei clienti a Coop1, i clienti di quella zona. A Canalina il negozio, poi, era più bello, era più largo, c’era il parcheggio. Noi avevamo anche la sfortuna di non avere il parcheggio. Chi aveva l’acqua, chi aveva la spesa grossa, come faceva? Sai io quante spese ho portato su per quella discesa là di dietro che è una discesa così… Noi per tre anni abbiamo sempre scaricato a mano i camion coi cartoni, sui carrelli, una doveva stare dietro a tenere il carrello perché dopo dovevamo venire giù da uno scivolo”.“Prima i dirigenti eran tutta gente che veniva dall’esperienza dei negozi, poi c’era gente che credeva nella cooperazione perché l’aveva costruita. Io ho vissuto il momento bello della cooperazione. Adesso dicono tutti: "Eh. Ma l’e mia piò la cooperativa…" io rispondo: "Anche noi non siam mica più quelli di una volta. Dobbiamo farci una autocritica". Perché tutti criticano, ma che soluzioni danno? Siam cambiati un po’ tutti”.Per Fausta, un po’ dirigente un po’ sindacalista un po’ attivista, il lavoro è una passione, persino il lavoro al supermercato: “Io quando sono uscita dal Coop1, che son andata a Sant’Ilario, per una settimana non ho avuto il coraggio di venire perché mi commuovevo… Dicevo: "Oggi ci vado", poi, una volta arrivata: "No, no. Non ci vado". Insomma, sono stata malissimo perché là avevo fatto la mia gioventù, diciamo. Poi, dopo, un’altra cosa tremenda, quando hanno ristrutturato, che han fatto il secondo Coop1, più piccolo, stretto. Ragazzi, io quando sono andata dentro, a vedere ‘ste cose tutte strette… Anche lì è stato un trauma. Non andavo a fare la spesa lì perché stavo troppo male!”.

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