Start up fai da te: regge con l’internazionalizzazione


In Italia la start up 9 volte su dieci nasce con i soldi di mamma, papà, nonni e zii, e se punta subito sull’internazionalizzazione cresce più in fretta e resiste più a lungo nel tempo. A scattare questa fotografia è una ricerca dell’Università di Bologna e di Aster, consorzio della Regione Emilia-Romagna per l’innovazione e la ricerca industriale, presentata in occasione della decima edizione del Research to Business, salone internazionale della ricerca industriale e dell’innovazione. L’evento, organizzato da Regione Emilia-Romagna, Bologna Fiere, Aster e Smau negli anni ha registrato una costante crescita del numero di visitatori (dai 4.000 del 2011 ai 5.750 dell’anno scorso) e vede la partecipazione di oltre 200 espositori e delegati provenienti da 25 Paesi del mondo. La ricerca condotta dall’Università di Bologna e da Aster, su un centinaio di start up della regione, rileva che dalla fine del 2013 al 30 aprile scorso le imprese innovative iscritte nell’apposito registro nazionale sono più che raddoppiate: +123%, da 1719 a 3842. L’Emilia Romagna rappresenta il 12,05% del totale nazionale dietro la più grande e popolata Lombardia. Quasi la metà hanno un fatturato fino a 500 mila euro e fino a un massimo di 9 addetti. Nell’88,6% dei casi le risorse finanziarie arrivano da parenti e amici, a cominciare da mamme, papà, nonni e zii. Banche e istituzioni finanziarie intervengono raramente (3%) per finanziarie a medio-lungo termine la nuova impresa. Nel 2,6% delle volte si tratta di un debito bancario ordinario. La partecipazione di aziende industriali non va oltre il 4% così come i finanziamenti da Venture Capital si limitano ad appena lo 0,4% dei casi. Dall’analisi emerge che le province di Bologna (32,1% e settima provincia italiana) e Modena (27,1%) sono le più prolifiche per nascita di imprese innovative. Reggio Emilia è terza con il 10% del totale regionale. Ferrara quarta con l’8,6%, Forlì-Cesena e Parma quinte ex aequo con il 7,1%. Chiudono Piacenza (4,3%), Ravenna e Rimini ultime appaiate con una quota dell’1,4%. Oltre la metà delle start up emiliano romagnole è attiva in servizi internet (35,5%), comunicazione e new media (27,1%). Un quinto si dedica ad ambiente e territorio, il 18,6% ciascuno a meccanica, design e architettura, il 14,3% nasce nell’alveo del settore agroalimentare, quasi il 13% nell’energia e nell’industria della salute. Una quota dell’11,4% fa riferimento alla microlettronica e alla sensoristica. Con una quota del 10% ciascuno ci sono edilizia, nuovi materiali e nanotecnologie. La ricerca presentata a R2B registra che la forma giuridica prevalente (82,3%) è la società a responsabilità limitata (srl) come nel resto d’Italia. Il 72% degli startupper emiliano-romagnoli hanno un titolo di studio elevato: dalla laurea di secondo livello o vecchio ordinamento al dottorato o master. La quota maggiore di persone impiegate (soci o dipendenti) è dedicata soprattutto alla commercializzazione e in seconda istanza alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti. Metà del fatturato è prodotto in Emilia-Romagna, il 10% in Europa e resto del Mondo. Per le start up dell’Emilia Romagna i finanziamenti regionali sono stati quelli più cospicui. I 2/3 delle imprese innovative osservate da Università di Bologna e Aster hanno chiesto finanziamenti europei ma li ha ottenuti solo il 13%.L’80% ha fatto richiesta per quelli nazionali ma soltanto il 5,7% li ha avuti. Il 47,1% ha presentato domande per quelli regionali e nel 35,7% dei casi li hanno ottenuti. Il 67% ha chiesto risorse alle istituzioni locali e le hanno portate a casa solo il 25,7% delle volte. Le start up – per loro stessa ammissione – hanno bisogno soprattutto di consulenze specialistiche (62,5%), concorsi e premi per le imprese (57,5%), formazione (57,5%), informazione e orientamento (45%).

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