Dove sono gli americani?


5 DIC. 2009 – Giovani che si muovono dal basso, auto convocati e auto finanziati. Questo l’identikit degli organizzatori della manifestazione ‘No Berlusconi Day’ del 5 dicembre. Promossa prima di tutto a partire dalla rete, è proprio su internet che se ne è parlato di più. E qualche voce ha insinuato la mano di un potere forte dietro l’ultima delle rivoluzioni colorate, stavolta vestita di viola. Le stesse ong e fondazioni americane che avrebbero aiutato i movimenti in Georgia (la rivoluzione delle rose) e in Ucraina (la rivoluzione arancione), sono un tutt’uno con i promotori del No B Day. Le cui facce, quelle vere, non si conoscono, poiché mascherate dietro dei nickname di Facebook (social network, secondo molti, meticolosamente controllato dalla Cia).Magari fosse vera questa teoria del complotto. Una sana cospirazione degli Stati Uniti per far cadere Berlusconi e mettere al suo posto il leader più a sinistra che abbiamo attualmente in Italia: Gianfranco Fini. Niente di tutto ciò. Purtroppo gli Usa hanno smesso di interessarsi alle sorti del nostro paese. Soprattutto perché, a differenza degli ex stati satellite dell’Unione Sovietica, noi di risorse estrattive non ne abbiamo. Niente gas, e nemmeno niente petrolio. E, caduto il muro di Berlino, finita la guerra fredda, pure la nostra posizione geografica è meno strategica di un tempo. Inutile quindi sottolineare agli amici del Bilderberg Club che il nostro despota, Silvio Berlusconi, è più filorusso di quanto lo fossero il georgiano Shevarnadze e l’ucraino Janukovyc. Non serve nemmeno ricordare l’ultima sua gaffe fatta in Bielorussia in occasione della visita al presidente Lukashenko, conosciuto come l’ultimo dittatore d’Europa: "E’ amato dal popolo, lo dimostrano le elezioni". Segno del modello di democrazia che ha in mente il nostro premier e che in parte è purtroppo stato realizzato (leggi liste bloccate nell’attuale sistema elettorale).Ma per gli Usa siamo ancora un paese normale. Così i giovani italiani, a differenza dei loro coetanei dell’est, restano a bocca asciutta. Niente sostegno intellettuale e soprattutto niente soldi dall’Open Society Institute di George Soros, per fare il nome di una delle tante fondazioni americane consacrate alla democratizzazione del mondo. Eppure i trentenni in Italia hanno gli stessi problemi dei loro coetanei ucraini, khirghisi o bielorussi: quindici anni alle spalle di immobilismo politico, ma soprattutto economico, e di corruzione rampante e onnipresente.Una situazione che ha mandato a farsi benedire anche l’unica risorsa che l’Italia poteva vantare nei confronti del resto del mondo: la creatività. Come testimonia l’ultimo rapporto Censis, secondo cui lo spirito di adattamento degli italiani ha finito col farli prigionieri dell’esistente tarpando qualunque possibile spinta innovativa.E senza spinta innovativa, senza spinta dall’alto dell’America, la sfida dal basso dei rivoluzionari viola risulta proprio tutta in salita. Che fatica.

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