“Sono partito per non fare la guerra”


In collaborazione con ArgentovivoHassan Alì ha 30 anni, viene dal Sudan, che, come lui dice “è il paese più grande dell’Africa”, in particolare dalla regione del sud, il Darfur dove è in corso da 6 anni uno scontro armato tra forze dello stato presieduto da Bashir (che il tribunale internazionale dell’Aia ha accusato di crimini di guerra e contro l’umanità ) e organizzazioni di insorti secessionisti. Arrivato in Italia nel 2004 è ripartito subito per l’Inghilterra, ma da là nel 2005 la polizia lo ha rimandato in Italia ed è giunto a Roma trovando aiuto in un primo tempo nella comunità di accoglienza, la “Tiburtina”, organizzata dai primi sudanesi arrivati a Roma sei anni fa insieme ad etiopi ed eritrei, che aveva il compito di accogliere ed aiutare le persone in fuga dai loro paesi in guerra. Oggi vive e lavora a Roma. "Vivevamo bene in Sudan, prima della guerra. C’era pace, lavoravamo ed eravamo tutti uniti. (…) Purtroppo da 6 anni in Sudan c’è la guerra, la popolazione della regione dove vivevo, il Darfur, si è ribellata al governo che non fa niente per migliorare le condizioni di vita della gente, mancano tante cose, proprio tante: le scuole, gli ospedali, le strade, le fabbriche, il lavoro… tutto quanto… il governo si comporta da nemico verso di noi del Darfur, invece fa tutto per Kartum, la capitale, e per il nord del Paese.(…)Sono partito per non fare la guerra, e così hanno fatto tanti altri giovani, non siamo partiti per miseria o per fame come molti italiani credono. Se fossi rimasto in Sudan sarei stato obbligato a combattere, o per il governo o per i suoi avversari. Io non voglio uccidere, non volevo e non voglio sparare alle persone, sono un uomo di pace. C’era sì anche il desiderio di trovare un lavoro migliore, sicuramente, però non avrei mai lasciato il mio Paese per questo motivo: anche se nella mia città, a causa della guerra, ormai era difficile trovare un buon lavoro, potevo andare in altre città del Sudan per trovarlo sicuramente. Ma io sono contro la guerra, tutte le guerre, a me piace veramente la pace. C’era anche un po’ il desiderio dell’avventura di un giovane sano e forte e con la testa sulle spalle. E poi, già da piccoli, sentivamo dire di Parigi, Roma, Londra. Ero molto colpito da questi nomi e pensavo come poteva essere vivere là. Perciò mi sono detto “Mah! Proviamo ad andare in Europa….” e sono arrivato fino qua! I miei fratelli, tutti sposati, non sono partiti, chi è sposato può evitare la guerra, invece noi giovani no. I miei genitori erano d’accordo con me, alcuni miei fratelli invece no, mi dicevano “Resta, vedrai che qualcosa faremo”. Qui in Europa va meglio, però non c’è la “pace-pace” di cui sentivamo parlare in Sudan, le persone non sono tutte uguali e non si aiutano tra loro. Per fortuna qui non c’è la guerra, e questa è la cosa più importante, poi tutto il resto piano piano si risolverà." © 2009 Argentovivo . il mensile dello Spi-Cgil Emilia-Romagna

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