Sognando la California


13 MAR. 2009 – "Sono di nuovo tra noi", devono aver pensato gli agricoltori della California del sud nel vedere ricomparire le api. Proprio nel Golden State, dove tre anni fa la loro scomparsa aveva messo significativamente in allarme gli ambientalisti e gli esperti climatici, i campi e gli alberi sono fioriti e le api sono tornate a frotte.Un fenomeno, quello della moria degli imenotteri, che non ha risparmiato l’Europa e che in Italia si è manifestato con una riduzione dal 30 al 50 per cento del patrimonio apistico nazionale. Le buone notizie dagli Stati Uniti ci fanno però ben sperare in un ritorno delle api anche qui da noi. “La situazione è migliore di un anno fa, quando abbiamo registrato una mortalità di api in media del 40 per cento su scala nazionale” ci spiega Marco Lodesani dell’Istituto Nazionale di Apicoltura. “In questo momento – continua l’esperto – gli apicoltori stanno facendo le operazioni di svernamento degli alveari. Come istituto stiamo dunque iniziando un censimento che ad aprile ci darà dei dati certi. Per ora possiamo dire che la situazione è migliore di quella registrata alla fine dell’inverno del 2008.”Il laboratorio del dott. Lodesani si trova a Reggio Emilia presso la facoltà di agraria dell’università di Bologna (corso di Laurea in Scienze della Produzione Animale), costituisce l’unità operativa dell’Ina e dal 1981 si occupa della selezione dell’ape ligustica (ape Italiana).Professore, un suo collega britannico intervistato dall’Economist dice che probabilmente la scomparsa delle api non avverrà mai, lei è d’accordo?Molte specie in natura si sono estinte senza che l’uomo se ne accorgesse. Se scomparisse il bovino da latte, però, forse l’umanità si rivolterebbe. Le api sono molto importanti per la zootecnia, per i prodotti che l’uomo ricava dall’agricoltura, e soprattutto per l’impollinazione della frutta. L’interesse economico che sta dietro di loro è grosso. Così come è grande anche l’emotività che questo insetto suscita. Tutti dunque ci auguriamo che non avvenga mai la scomparsa delle api, ma non possiamo dirlo con certezza.A cosa è dovuta la moria delle api?Bisogna fare un discorso di stagionalità. Esiste una mortalità primaverile che è frutto di particolari agrofarmaci di nuova generazione che vengono distribuiti in modo particolare con la semina, insieme a concianti (particolari insetticidi, ndr), e che provocano lo spopolamento degli alveari, in alcuni casi vere e proprie morie. Esiste, poi, una mortalità invernale imputabile probabilmente a una maggiore virulenza dei patogeni. Gli insetticidi a cui ti riferisci sono i nicotinoidi, che però non sono stati banditi…C’è stata uno loro sospensione riguardo alla semina di alcune colture come ad esempio quella del mais, la più incriminata. Ma non è che questi agrofarmaci siano stati banditi. Per fare chiarezza sul fenomeno stiamo partendo proprio ora con dei test che ci diranno se effettivamente la mortalità primaverile è tutta imputabile a questi agrofarmaci oppure no.Bisognerebbe investire di più sulla ricerca delle cause che portano alla moria delle api?Il ministero ha stanziato 2 milioni di euro per la ricerca della scomparsa degli alveari. Abbiamo però dovuto aspettare che morisse il 40% del patrimonio apistico nazionale perché si muovesse qualcosa. Da pochi giorni è partito un grosso progetto, Apenet, che mira a esaminare la maggior parte delle cause ambientali, patogene, esogene, microclimatiche che possono avere influito sulla mortalità delle api.Da cosa sono principalmente minacciate le api in Emilia-Romagna?I pericoli stanno nei seminativi, se si seminano con principi concianti, e nei microincapsulati, ovvero quei farmaci che vengono inglobati in piccole particelle che si schiudono a distanza di tempo dalla loro dispersione nell’ambiente. La morte che creano è subdola, perché non avviene nel momento della loro diffusione, ma successivamente.E cosa si rischia se non ci sono le api?Viene a mancare il servizio di impollinazione, sia delle piante coltivate dall’uomo sia della flora spontanea.Il miele è un mercato in crisi?Sì, non solo per i rischi collegati alla scomparsa delle api. Il prezzo del miele è troppo basso. Intendo quello pagato agli apicoltori per retribuire il loro lavoro. Il costo di produzione, all’ingrosso, sfiora la cifra che viene data agli operatori del settore. Ormai siamo a livelli di sussistenza. Succede un po’ come per chi produce il latte per il Parmigiano-Reggiano. La produzione primaria è penalizzata e chi ci guadagna è sempre il commerciante, la grande distribuzione.

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