Sì, viaggiare


BOLOGNA, 1 GIU. 2010 – Parola d’ordine, responsabilità. La seconda edizione di It.a.cà è ormai cominciata e per una settimana indagherà sul viaggio come esperienza, puntando a salvaguardarne l’autenticità e rivendicando l’autonomia di chi si mette in cammino. Il festival del turismo responsabile (www.festivalitaca.net) vuole infatti renderci consapevoli del fatto che ogni spostamento implica delle scelte e deve essere costruito pezzo per pezzo avendo ben chiare le conseguenze delle nostre decisioni.Ne abbiamo parlato con Sonia Bregoli, una delle organizzatrici della rassegna, nata lo scorso anno “quando noi di Yoda abbiamo cominciato a lavorare attorno al concetto di turismo responsabile, partendo dal presupposto che siamo tutti viaggiatori e che, proprio per questo, dobbiamo avere una sensibilità  verso l’ambiente e la cultura che decidiamo di visitare”. Così – dice Sonia – “dato che Nexus (l’ong della Cgil), Cospe e Cestas si stavano muovendo nella stessa direzione, abbiamo deciso di avvalerci della loro collaborazione per dar vita ad un vero e proprio festival”. In cui avete messo insieme tanti concetti: il viaggio, le migrazioni, lo squilibrio tra nord e sud, la sostenibilità…    Sì, It.a.cà vuole essere soprattutto un momento di riflessione. Abbiamo organizzato una serie di convegni e incontri con esperti del settore proprio per analizzare queste tematiche. La maggior parte dei turisti europei, infatti, va in Brasile, a Sharm el Sheik o in qualsiasi altro paese del sud del mondo e non si preoccupa dell’impatto che il suo viaggio ha sulla comunità locale. Sceglie di partire con un tour operator e, così facendo, alimenta un circuito in cui a guadagnare sono le compagnie occidentali e non i paesi in cui si soggiorna. Per di più, queste persone vanno a stare in un villaggio turistico in mezzo al deserto, con docce e piscine, e fanno un uso spropositato dell’acqua, mentre fuori la popolazione autoctona fatica a trovarla. E rimanendo chiuse dentro questi blocchi, alla fine tornano a casa e non hanno nemmeno idea di dove sono state, perchè non hanno visto niente se non tramite itinerari organizzati da altri.Quindi a It.a.cà c’è spazio per una riflessione sulla sensibilità di ogni viaggiatore, ma anche – a livello più ampio – sulla nostra epoca, proprio nel periodo in cui si comincia a mettere in discussione il modello di sviluppo predominante.Assolutamente. Con l’entrata nel mercato dei voli low cost, quanti aerei attraversano ormai l’Europa? E quanta CO2 in più viene prodotta? Anche il discorso ambientale è molto importante, perchè noi per primi, pur essendo sensibili a questi problemi, spesso decidiamo di trascorrere un weekend in una capitale europea come Londra o Parigi proprio grazie al fatto che il volo costa solo 20 euro.E’ necessario, quindi, un cambiamento di mentalità?Certo. Se ci pensiamo bene, il turismo responsabile sta sostituendo in parte la cooperazione internazionale perché è un modo per interagire, a livello professionale, con i paesi del sud del mondo, e molte ong se ne stanno accorgendo. In molti vanno giù per formare la popolazione locale e permetterle così di lavorare all’individuazione di itinerari da proporre ai turisti o di creare una rete di ospitalità, in modo che i soldi che noi europei portiamo rimangano a loro ed entrino in circolo nell’economia locale.Voi tra l’altro renderete conto di esperienze del genere nel corso del festival, vero?Cominciamo a farlo proprio stasera, con una serata dedicata al popolo Saharawi. Il 5 giugno, invece, è in programma un incontro sul turismo responsabile in Brasile, dove sono in corso dei progetti finanziati dal Cospe. E non finisce qui: giovedì cominceremo a parlare direttamente nelle scuole. Vogliamo rendere più consapevoli gli studenti, ma anche i loro insegnanti, che le mete delle gite scolastiche non dovrebbero essere scelte a caso, ma in funzione di determinati fattori ambientali e culturali. Sensibilizzare le giovani generazioni, che rappresentano il futuro, è fondamentale. E oltre a questi incontri proporrete dei veri e propri itinerari.Sì, proprio perchè ad essere chiamato in causa non è solo il turismo internazionale, ma anche quello entro i confini italiani. E il nostro vuole essere un progetto di valorizzazione del territorio dal punto di vista culturale e paesaggistico. Quelli che offriamo sono degli spunti, che costituiscono delle valide alternative alla tipica domenica di mare trascorsa tra la folla a Rimini o al Lido degli Estensi. Abbiamo coinvolto, per esempio, il Parco dei Gessi, il Parco di Corno alle Scale e il Parco di Suviana, ma anche l’Abbazia di Monteveglio o i Giardini Margherita, per far conoscere questi posti e le realtà che ci lavorano quotidianamente. In tutto sono una quarantina, e hanno accettato di partecipare perchè la nostra è una tematica di cui anche loro si vogliono cominciare ad occupare. Il cuore pulsante della rassegna sarà comunque la città di Bologna.In effetti sì. Abbiamo deciso di dislocare gli eventi del festival in vari luoghi del Comune per rendere al meglio l’idea di viaggio. Non c’è un unico punto di ritrovo, ma verranno valorizzati diversi angoli della città. Ci sono piazza del Nettuno, l’osteria del Rovescio in via Pietralata con i suoi pranzi a km 0, il centro sociale Giorgio Costa, il liceo scientifico Copernico e il Baraccano. Mentre ad ospitare la giornata di conclusione sarà la cooperativa agrobiologica Dulcamara, sui Colli. Li abbiamo scelti per dare l’impressione di una città in movimento.Pronti, dunque, a questa seconda avventura?Prontissimi! A rassicurarci c’è il fatto che I.ta.cà ha dietro di sé una rete estremamente variegata, formata dalle Istituzioni, da diverse organizzazioni di volontariato, ong e anche associazioni private. E altre ancora ci continuano a scrivere per entrare a far parte del gruppo. La scelta di puntare sul turismo responsabile si è insomma rivelata vincente.Credo proprio di sì. Nell’era della globalizzazione, in cui può decidere da un giorno all’altro di prendere un aereo e andare a New York ad un costo relativamente basso, ogni viaggiatore non deve comunque smettere di pensare con la propria testa. In questo periodo sta addirittura nascendo un movimento di viaggiatori contrari alle guide stile Lonely Planet, che decidono già quali vie, negozi e ristoranti far conoscere al turista e prendono decisioni al posto suo. Ecco, anche noi, nello stesso modo, diciamo no ai viaggi impacchettati e sì al viaggio come esperienza personale ed emozionale.

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