Sempre più nuovi poveri sotto le Due Torri


BOLOGNA, 26 GEN. 2012 – Mentre l’Italia soffre, Bologna non fa eccezione. In un Paese "povero o a rischio impoverimento", con otto milioni di individui che spendono mensilmente meno del 50% della media e un italiano su quattro che si sente scivolare verso condizioni di vita peggiori, anche il capoluogo emiliano-romagnolo è in difficoltà. Il suo storico welfare fatica sempre di più, soprattutto sul fronte delle nuove povertà. A dirlo è una ricerca articolata curata dalla Fondazione Gramsci con il sostegno di Arci e Coop Adriatica. "Vedere la povertà. Una ricerca sulle nuove povertà a Bologna" è il titolo dello studio coordinato da Matilde Callari Galli che prende in esame sia elementi quantitativi (i numeri) che qualitativi (le ragioni dietro ai numeri). Tanti gli elementi raccolti, non solo quelli direttamente legati alle grandi povertà. E’ così, ad esempio, che viene fuori come i servizi delle mense caritatevoli bolognesi registrano un aumento dei frequentatori negli ultimi giorni del mese e fra essi appaiono anche interi nuclei familiari. E coloro che si sono rivolti ai centri di ascolto o ai servizi comunali sono il 30% in più rispetto al 2005. Tutte le età vengono coinvolte dalla nuova povertà: dai giovani lavoratori troppo precari per riuscire a vivere dignitosamente ai giovanissimi che si perdono nel corso della carriera scolastica; dai cinquantenni che hanno perso il lavoro e non riescono a ricollocarsi agli immigrati fino ai cosiddetti ‘working poor’: ovvero cittadini che pur con contratti stabili, non riescono più a vivere con quello stipendio. Le donne, in particolare, finiscono per essere colpite due volte: il calo dei servizi le costringe a lavorare meno o a smettere di lavorare; e lo stesso calo finisce per colpire gli stessi lavoratori dei servizi, per la maggior parte di sesso femminile. "Termini come nuove povertà, nuova marginalità, nuovo disagio hanno un alone di indeterminatezza – ha detto il presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna Carlo Galli, presentando alla cittadinanza questo lavoro in una sala del Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale piena in ogni ordine – Con il nostro lavoro e con questa ricerca vogliamo mettere a disposizione di tutti, istituzioni e privati, uno strumento utile per capire il fenomeno". Alla presentazione dello studio erano presenti anche il sindaco, Virginio Merola, il presidente di Unindustria Bologna, Alberto Vacchi, e quello di Coop Adriatica, Adriano Turrini. Per il primo cittadino questa ricerca mostra l’urgenza di "riappropriarci della parola uguaglianza. Un concetto che non passa più per la strada di un ritorno al pubblico. Ma da una ripartenza del welfare di comunità. Un campo nel quale al Comune spetterà l’indirizzo. Ma che deve essere aperto a tutti: imprese profit e non profit, cooperative e associazioni. Dobbiamo abbandonare definitivamente l’idea di un ruolo preminente delle istituzioni". Un concetto dietro al quale l’assessore ai Servizi sociali, Amelia Frascaroli, non vede "un passo indietro del pubblico – ha detto rispondendo a margine alle domande dei giornalisti – perché al pubblico resta la regia, chiede a ognuno quello che vuole fare". Vacchi ha invece sottolineato lo stretto legame tra lavoro e povertà. "Questo – ha detto il leader degli industriali bolognesi – è il tema centrale del nuovo millennio. La sua precarizzazione è stato un errore anche dal lato delle imprese. Perché non ci possono essere imprese competitive in un territorio che soffre".

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