Sei naturista? Siamo in Italia, fatti più in là


7 GIU 2009 – Un popolo senza patria. Così devono sentirsi i naturisti italiani, che oggi celebrano la giornata mondiale del naturismo. Uno stile di vita, prima ancora che comportamentale, che coinvolge circa 500mila persone solo in Italia, secondo le stime delle associazioni; in Europa sono 20 milioni, negli Stati Uniti 50 milioni. Numeri decisamente importanti, che mettono in risalto la situazione a dir poco ridicola che vede vittime queste persone in Italia.Nonostante il naturismo, cioè la filosofia di vita che valorizza la nudità come scelta naturale, sia arrivato sulle nostre spiagge già negli anni ’60, le istituzioni non hanno ancora provveduto a emanare una legge che regolamenti queste pratiche. Così, la scelta di vita dei naturisti italiani si ritrova ancora oggi ostaggio dell’articolo 726 del codice penale, che punisce con sanzioni amministrative pecuniarie "chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza". Una definizione talmente blanda e flessibile da poter essere interpretata a piacimento dell’autorità di turno. Di fatto, fino ad ora i naturisti italiani, pur tra infinite diffidenze e calunnie, si sono ritagliati alcuni spazi “di tolleranza”, di solito nelle spiagge più lontane dai centri abitati, soprattutto in Liguria, Emilia-Romagna, Sardegna e Calabria, o in altre “oasi naturiste” nell’entroterra, anche in Piemonte e Trentino Alto Adige. Come da copione, però, quando alcuni diritti non sono tutelati esplicitamente dalla legge, prima o poi vengono revocati. E’ il caso del famosissimo Lido di Dante, a Ravenna, dove per oltre vent’anni i naturisti hanno trovato un asilo discreto. Questo fino all’estate scorsa, quando il sindaco ravennate Fabrizio Matteucci ha deciso di vietare esplicitamente la nudità anche in quell’angolo di mare. Cornuti e mazziati, i naturisti hanno ascoltato la spiegazione del sindaco: la legge regionale (pensata per permettere, e non vietare le spiagge naturiste) prevedeva tra l’altro la costruzione di un minimo di servizi per i bagnanti. Purtroppo, in quel punto era assolutamente impossibile, secondo il sagace Matteucci, allestire due bagni chimici perché era una zona immersa in un’oasi naturalistica. Dacché la spiaggia non poteva essere chiamata "naturista" ed è tornata ad essere considerata alla stregua di tutte le altre spiagge: i bagnanti sorpresi senza costume rischiano dunque multe molto salate.Il caso del sindaco-sceriffo ravennate che spara paia di slip al posto delle pallottole è paradigmatico di questa grottesca situazione. Conosciamo bene la vocazione pudica e moralista di una parte del nostro Paese, molto ben rappresentata nelle istituzioni. Resta tutta da dimostrare, però, la pericolosità morale di un gruppo di persone che chiedono soltanto degli spazi riservati (e per carità, a tenuta stagna) in cui esercitare un loro diritto. Tanto più che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha di fatto reso legittimo il naturismo nei luoghi in cui è consuetudine, ritenendo penalmente irrilevante il nudo integrale se praticato in spiagge appartate, frequentate da soli naturisti. Negli altri paesi, inoltre, il caso non si pone neanche. Le oasi naturiste sono oltre 230 solo in Spagna, 160 in Francia, ma anche Croazia e Grecia sono molto attrezzate e frequentate. Una differenza che pone un’ipoteca anche sullo sviluppo di una fetta importante del nostro turismo balneare.Dunque, se i naturisti non commettono reato, se lo possono fare ovunque tranne che qui e se non hanno alcun interesse a mostrarsi mentre lo fanno, perché dovremmo continuare a trattarli come pericolosi sobillatori di masse?

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