Se Bologna riparte da Renzo Imbeni


BOLOGNA, 16 FEB. 2010 – L’ultimo Consiglio comunale dell’era Delbono si è concluso con una cerimonia all’insegna del ricordo e al tempo stesso della rimozione. Ad essere rievocato, a cinque anni dalla sua morte, è stata la figura di Renzo Imbeni, sindaco della città dal 1983 al ’93 e vice presidente del Parlamento Europeo. Rimossi, invece, lo sono stati i due ultimi primi cittadini bolognesi, Sergio Cofferati e Flavio Delbono. Una cancellazione pianificata da nessuno se non dalle loro decisioni di essere assenti alla commemorazione. Mentre in prima fila si sono visti gli altri ex in fascia tricolore Guido Fanti, Walter Vitali e Giorgio Guazzaloca. Un uomo capace di essere "serio e rigoroso senza mai diventare burbero e scostante", così è stato dipinto, tra i diversi tratti, Imbeni nel discorso letto dal presidente del Consiglio comunale Maurizio Cevenini. Quasi a indicare una prima linea di demarcazione con gli ultimi due sindaci di Bologna. "Chiudiamo amaramente un’esperienza amministrativa" è stata la conclusione di Cevenini, "tra un paio di giorni spegneremo le nostre luci, ma lo facciamo nel modo più bello lasciando un ricordo indelebile, fisico ma anche di cuore, a Renzo Imbeni".Chiudere il sipario della breve era Delbono nel segno di Renzo Imbeni potrebbe essere anche l’occasione, per il centro sinistra bolognese, per partire col piede giusto. Ovvero, con lo sguardo rivolto al passato. Senza illusioni di tipo nostalgico, ma soltanto per tenere a mente cosa ancora voleva dire fare politica ai tempi del sindaco appena commemorato. Negli anni ’80 i partiti riuscivano ancora ad ascoltare e ad essere organizzatori di movimenti sociali, a costruire legami fra le persone. Non erano, insomma, autoreferenziali, con un personale politico distante dalla cosiddetta base e, come capita oggi, posizionato su un livello superiore ad essa. Di sicuro non esisteva quell’arroganza che porta gli eletti dal popolo a considerarsi intoccabili ("non mi dimetto anche se rinviato a giudizio", ha dichiarato Delbono due giorni prima di rassegnare le dimissioni)."La città è stata normalizzata, la diversità è svanita, non c’è alcuna differenza rispetto a quanto avviene nel resto del Paese". Così don Giovanni Nicolini, storico sacerdote del quartiere Dozza ha descritto Bologna intervistato da Enrico Fierro de "Il fatto quotidiano" qualche settimana fa. Il mito del modello emiliano sembra lontano anni luce. "Noi riuscimmo a trasformare una realtà prevalentemente agricola in una industriale", ha spiegato l’ex sindaco Guido Fanti, sentito sempre da Fierro. "Il modello emiliano – ha continuato l’ottantacinquenne partigiano – era un dato di fatto: industrie innovative, distretti, migliaia di piccole e medie realtà produttive, buona amministrazione. Una modernità che ha portato benessere. Questo modello è in crisi e non da ora, la vittoria di Guazzaloca nel ’99 fu solo un campanello d’allarme."Un po’ di tempo per riflettere sulla propria eredità il laboratorio politico bolognese ce l’ha. Giovedì verrà nominato il commissario e la data delle elezioni si sposta sempre più in là, visto che il Parlamento non sembra intenzionato ad approvare una legge per andare al voto nei prossimi mesi. Senza si voterà fra un anno, nei primi mesi del 2011. Per quella scadenza, il Pd, se almeno non avrà pronto un programma per rendere di nuovo Bologna una città diversa dalle altre, per lo meno si spera proporrà un sindaco capace di sorridere. Sempre meglio che niente.

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