Scuola, i finti risparmi sulla pelle dei precari


BOLOGNA, 12 GEN. 2011 – Da precari a lavoratori assunti in pianta stabile. Un traguardo che equivale a un miraggio per tanti insegnanti in Italia. Un contratto a tempo indeterminato che non arriva mai, con barriere al suo ottenimento imposte per far risparmiare lo Stato. Almeno così sembra il motivo che giustifica chilometri di graduatorie e affollate adunanze in agosto e settembre per i giorni delle nomine. I lavoratori precari della conoscenza in Italia sono circa 230 mila. Ma tenerne così tanti nel limbo delle assunzioni a termine sembra non giovi poi così tanto alle casse del Tesoro. A fare i conti ci ha pensato la Flc-Cgil, secondo la quale sarebbe un risparmio per lo Stato inserire in pianta stabile 100 mila precari.Secondo il sindacato, infatti, nei prossimi tre anni si prevedono circa 70 mila pensionamenti, solo tra docenti. Persone con una fascia retributiva tra i 28-35 anni, che se sostituite con un corrispondente numero di professori con relativa ricostruzione di carriera, costerebbero allo Stato mezzo miliardo in meno rispetto ai tre miliardi circa spesi oggi. Per questo, con la campagna nazionale "Operazione Centomila", la Cgil chiede un intervento straordinario per far diventare di ruolo, a partire dal prossimo giugno, 100 mila lavoratori della scuola (61 mila docenti, il resto personale Ata). Messi in fila così i numeri, fanno capire che l’economia che si realizza impiegando lavoratori precari è pari a due soldi di cacio. La Cgil ha infatti calcolato che non c’è alcun risparmio nella pratica dei contratti a termine fino al 30 giugno, anziché al 31 agosto di ogni anno. Nel primo caso lo stipendio di un insegnante di scuola secondaria di primo grado ammonta a 30.286 euro, contro i 29.580 euro del secondo. La differenza è di circa 700 euro, perché comunque, anche nei contratti fino al 30 giugno, bisogna pagare le ferie, il Tfr e la disoccupazione per i mesi di luglio e agosto.Dell’iniziativa "Operazione Centomila" fa parte anche una battaglia legale per permettere ai lavoratori con determinati requisiti di impugnare il contratto a termine in loro possesso al fine di ottenerne la trasformazione in uno a tempo indeterminato. Solo in Emilia Romagna in diecimila potrebbero approfittare di questa opportunità. Secondo la segretaria regionale Raffaella Morsia, da Piacenza a Rimini tra docenti e personale Ata sono circa 10 mila (un terzo a Bologna) quelli che, avendo almeno tre anni di supplenze (anche non continuativi) e con un’abilitazione, hanno le carte in regola per fare ricorso. Una possibilità nata sulla scia di una decisione presa nel settembre scorso dal tribunale di Siena che ha dato ragione a un lavoratore. Per impugnare la cessazione del contratto c’è tempo fino al 23 gennaio. Data entro la quale chi ha i requisiti deve mandare una raccomandata al ministero. Poi ci sono 270 giorni (dal 23 gennaio) per presentare il ricorso vero e proprio.

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