Scudo fiscale, il rifiuto di Banca Etica


1 OTT. 2009 – Lo scudo fiscale, ovvero il terzo condono varato dal governo italiano nel giro di sette anni. Un provvedimento che si propone di rimpinguare le asciutte casse dello Stato attraverso il rimpatrio di capitali giacenti all’estero. Poco importa se fuori dall’Italia questi soldi ci sono finiti illegalmente, in prevalenza per sfuggire al fisco. La tassa da pagare sarà bassissima, gli evasori pagheranno una multa pari al 5 per cento della somma che dichiareranno. E, cosa ancor più vantaggiosa, la loro identità resterà segreta. Tra i primi a beneficiare della pioggia di quattrini in arrivo ci sono, ovviamente, le banche. Le quali non hanno nemmeno l’obbligo di segnalare i casi sospetti di riciclaggio. Una manna dal cielo che durerà sette mesi, questo il periodo di tempo in cui sarà attivo lo scudo. Per gli istituti di credito è una ghiotta opportunità per fare incassi in tempi di crisi. A sfregarsi le mani prima di tutte è stata Banca Mediolanum, partita già da tempo con pubblicità in cui l’istituto creditizio del premier Berlusconi offre i propri servizi a chi è intenzionato a far rientrare i propri capitali. Una squadra di venticinque persone è invece al lavoro alla Unicredit. Compito: raccogliere il 10 per cento del totale che emergerà dal condono.Ma c’è anche chi non è disposto a sporcarsi in questa mischia, nella quale si fa gara ad aggiudicarsi capitali che tanto puliti non sono. E’ il caso di Banca Popolare Etica, istituto di credito specializzato nella finanza etica ed alternativa, ovvero abituato a investire solo in determinati settori ritenuti rispettosi della dignità umana e della natura. L’apertura alle opportunità offerte dallo scudo fiscale, spiega il direttore generale Mario Crosta, “sarebbe una violazione del nostro DNA e un tradimento dei clienti che ci scelgono quotidianamente in nome di un uso responsabile del denaro”. La stessa posizione venne presa dall’istituto anche nel 2002, anno del precedente scudo fiscale. Una decisione inevitabile visto che tutti i clienti della banca sono obbligati a firmare un’autodichiarazione sulla provenienza lecita delle somme depositate. In gioco ci sarebbe la reputazione di un gruppo che ha appena compiuto dieci anni e che conta ora in Italia 12 filiali, anche se, con i propri promotori finanziari, soprannominati “banchieri ambulanti”, è presente in quasi tutte le province dello stivale. In Emilia-Romagna si contano oltre tremila soci, di cui 500 sono persone giuridiche tra cui associazioni, sindacati e anche Comuni.“Tutto quello che stride con il principio di legalità non sta nelle nostre corde – continua Crosta -, soprattutto quando il provvedimento si è allargato anche a includere la sanatoria dei reati di falsa fatturazione, falso in bilancio, una serie di violazioni gravi rispetto all’evasione fiscale, che è già grave”.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet