Sagre di paese, diciassette anni di scalogna


RIOLO TERME (RA), 15 LUG. 2009 – E’ parente stretto dell’aglio le cui collane sono solite scacciare gli spiriti maligni. Nonostante questo gli ortolani più superstiziosi nei loro scaffali la scalogna non ce la vogliono. Eppure l’origine del nome di quest’ortaggio non ha a che fare con la sfortuna: deriva da Ascalon, città del sud della Palestina nota sin dai tempi della Bibbia. A dirla tutta, però, se si dà uno sguardo alla storia si può pensare che tanta buona sorte a quelle terre la pianta dello scalogno non l’abbia molto portata. Ascalon è stata in balia di conquiste da parte prima degli arabi e poi dei crociati. Fino ad arrivare, nel 1270, ad essere completamente rasa al suolo dai Mamelucchi. Oggi la stessa area geografica non si può di certo considerare tra le più fortunate in cui vivere. Basti pensare che a due passi da Ascalon c’è la striscia di Gaza, uno dei posti più martoriati al mondo.“Ma a noi romagnoli la scalogna ha sempre portato fortuna” escama Giannatale Solaroli, presidente della Pro Loco di Riolo Terme, quando lo sentiamo al telefono. Nel ridente comune della provincia di Ravenna da 17 anni si tiene la Fiera dello Scalogno di Romagna. Solaroli di sentir parlare di sfortuna proprio non ne vuole sapere: “I nostri contadini di una volta, non avendo altro da mangiare, andavano avanti a pane e scalogna. E meno male che ce n’era”, ci racconta. Nessun timore dunque, e nessuna necessità di riti scaramantici. La Fiera supererà indenne anche questa diciassettesima edizione, che quest’anno cade pure di venerdì 17. “Anzi, la scalogna è il nostro antidoto alla crisi e la consigliamo a tutti”, confida soddisfatto Solaroli.Da quando, nel 1997, la Comunità Europea ha assegnato allo scalogno di Romagna il marchio Igp (indicazione geografica protetta), il prodotto ha conosciuto un crescente successo di mercato. E a Riolo Terme si fa di tutto per aumentarne ancora il volume di vendite. In pentola, oltre alle mille pietanze preparate con lo scalogno dai ristoratori locali, bolle anche un’idea: trasformare la fiera in un festival, ovviamente sempre dedicato all’ortaggio ma in cui può trovare posto anche l’altra scalogna, vista come tema di cui discutere, magari nelle vesti di condimento, seppure aspro, della vita.“Tante volte, nell’organizzare la Fiera, l’accostamento dei due significati ci è venuto in mente”, ci confida Walter Vinci, vice presidente della Pro Loco. Ma in cantiere non è ancora stato messo nulla, quasi tutte le energie degli organizzatori sono dedicate, ora, a far nascere un consorzio di produttori locali di scalogno di Romagna. “Non appena avremo più tempo potremo dedicarci anche al lato più culturale della festa. Promuovere delle serate dedicate alla sfortuna vorrebbe dire creare situazioni molto interessanti, non solo per il pubblico di curiosi”, spiega Vinci. In attesa, allora, che un ennesimo Festival si unisca alla già folta schiera di quelli che già imperversano in Emilia-Romagna, non resta che augurare, magari incrociando le dita che non si sa mai, buona scalogna a tutti.

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