Rinnovabile ritardo


21 NOV. 2008 – Più che essere ricordato come primo presidente nero, Obama verrà ricordato come il primo presidente verde. Miliardi di dollari stanno per essere investiti, durante la sua presidenza, nell’energia pulita. Un modo per rilanciare l’economia e creare allo stesso tempo posti di lavoro. E un modo anche per contribuire alla lotta contro le emissioni di gas a effetto serra. Una bel cambio di passo per gli Stati Uniti, che fino a pochi giorni fa venivano presi come esempio di paese restio agli impegni contro il riscaldamento del Pianeta. Una posizione che faceva comodo anche al governo italiano, che aveva un alibi in più per “giustificare” il proprio ritardo sugli obiettivi di Kyoto. “Se non lo fanno loro che sono la massima potenza mondiale, perché dovremmo farlo noi?” era il pensiero del governo Berlusconi, lo stesso che ha definito “una follia” la politica europea del 20-20-20.Il costo del ritardo italiano nei confronti del protocollo di Kyoto è visibile sul sito di Kyoto Club, un’organizzazione, nata dieci anni fa e costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra. Una non profit che promuove iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione nei campi dell’efficienza energetica, dell’utilizzo delle rinnovabili e della mobilità sostenibile.Per un confronto tra Italia e Stati Uniti e tra Italia e altri paesi europei, in materia di energie rinnovabili, emilianet ha incontrato Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyotoclub ed ex consulente del ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani. Negli Stati Uniti, il nuovo presidente Obama promette di investire miliardi di dollari nell’energia pulita. Cosa l’Italia non sta facendo e potrebbe fare?Quella degli Stati Uniti è una giusta chiave di lettura. Così come lo è anche quella dell’Europa, dei paesi come la Germania, la Spagna, la Danimarca, i quali hanno capito che le fonti rinnovabili rappresentano un settore destinato ad avere un grande sviluppo, con tassi di crescita del 20-30% all’anno. L’Italia da questo punto di vista ha un ritardo culturale, prima ancora che politico. Sia una buona parte del mondo imprenditoriale che una parte importante del mondo politico, non hanno capito che la questione del clima offre straordinarie opportunità. Scenari di sviluppo che l’attuale posizione difensiva non fa cogliere al nostro mondo produttivo.Però noi eravamo partiti anche bene. Già nel ’92 ci fu l’introduzione del Cip6, che poi sappiamo com’è andato a finire. Nel ’99 un decreto di Bersani introdusse i certificati verdi. Poi c’è stato il “Conto energia” nel 2005, fino all’altro decreto Bersani del febbraio 2007…Sulle rinnovabili ci sono stati degli sforzi notevoli, dal punto di vista dei finanziamenti, ma senza crederci fino in fondo. Non si è mai creduto che le rinnovabili avrebbero potuto essere un pezzo importante dello scenario energetico futuro. Negli ultimi due anni c’è stata un’accelerata, non fortissima, nella diffusione delle tecnologie solari e eoliche. Ma questo picco non è stato accompagnato da una crescita di un tessuto industriale di produzione di queste tecnologie. Questa è la differenza tra l’Italia e gli altri paesi europei: non aver puntato sulla creazione di un’industria delle rinnovabili e dell’efficenza energetica. Il ritardo italiano lo si potrebbe colmare con un deciso colpo di acceleratore in questa direzione, non sembra che l’attuale governo stia spingendo su quella via.Si pensa piuttosto a ripartire col nucleare…Penso che in Italia il nucleare non si farà mai. E che si tratti di un percorso che vada verso le sabbie mobili. Si parla di “rinascimento nucleare”, ma in realtà al mondo se c’è un rinascimento, in questo momento è quello delle fonti rinnovabili, che crescono a ritmi vertiginosi. Sono ormai un business di oltre 100 miliardi di dollari l’anno. L’Italia, d’altra parte, ha un obiettivo legalmente vincolante al 2020 che è ambiziosissimo: triplicare la quota di energia elettrica da fonti rinnovabili che noi produciamo oggi. Un traguardo che offre alla nostra industria la possibilità di investire enormemente in questa direzione. Del resto, la scelta dell’obiettivo del 2020, che è oggetto di tante discussioni in questi giorni, venne proposta proprio da Angela Merkel alla luce di un ragionamento di politica industriale. La Germania, imponendosi degli obiettivi ancora più ambiziosi di quelli dettati dall’Europa, fissati al 2010, ha avviato un’industria che ha creato 250 mila posti di lavoro. Ha creato in pochi anni alcune Fiat. L’obiettivo dell’Europa come prima cosa ha a che fare con la politica industriale e cioè col mantenere e rafforzare la propria leadership mondiale nel settore delle rinnovabili. Dopo di che viene la politica ambientale.Nella scorsa campagna elettorale in Italia non si è visto un leader che avesse un minimo di somiglianza col “verde” Obama…Quando parlo del ritardo culturale italiano lo riferisco sia a destra che a sinistra. Ovviamente con qualche differenza. Bersani, per esempio, aveva avuto delle intuizioni interessanti come il programma “Industria 2015” e gli incentivi del 55% di deduzione fiscale per l’efficienza energetica e le rinnovabili. Ci sono stati dei segnali di spinta, ma avrebbero potuto esserci anche delle politiche più innovative. Anche in termini carismatici noi un Obama non l’abbiamo avuto, ma non abbiamo avuto neanche una Merkel, e nemmeno uno Zapatero. Mentre in altri paesi, leader di governo, anche conservatori, pongono la questione climatica come la principale sfida che l’umanità deve affrontare in questo secolo, in Italia non emerge con altrettanta nettezza questa consapevolezza.Ci sono però dei progetti virtuosi che partono dal basso. Un esempio è quello di Legacoop che insieme a un ramo di Enel promuoverà la diffusione delle rinnovabili presso tutte le cooperative socie. Un altro esempio è quello dell’Acer (Azienda Casa Emilia-Romagna) che installerà 12 000 pannelli fotovoltaici sui tetti di edilizia pubblica del Comune di Bologna…Ci sono sicuramente dei segnali positivi. Ma ci sono anche dei ritardi. A livello di regioni, ci sono di quelle virtuose, ma ci sono anche regioni che remano addirittura contro la diffusione delle rinnovabili. Da questo punto di vista io credo che sia molto importante nell’ultima Finanziaria quel punto che prevedeva che ogni regione dovesse centrare il proprio obiettivo di finanziamento da ottenere. In questo modo ogni regione può decidere quello che fa, ma deve raggiungere il proprio obiettivo. Anche perché se l’Italia non raggiunge l’obiettivo del 2020 deve pagare delle multe, e anche salate. C’è bisogno, quindi, di una progressiva responsabilizzazione delle regioni e poi, a cadere, delle Province. Cosa che in questo momento non avviene. Il principale problema dell’Italia, il nodo grosso sta nel processo applicativo, che è assolutamente farraginoso e lunghissimo.L’Emilia-Romagna com’è dal punto di vista dell’energia pulitaL’Emilia-Romagna non mi pare abbia brillato nel lanciarsi con politiche molto avanzate in materia. E’ sempre stata attenta, questo sì, per quanto riguarda le politiche di esenzione per l’efficienza energetica. Secondo me poteva fare di più. Si sono fatte delle cose interessanti in molte provincie e comuni, ma credo che ci sia l’esigenza anche in l’Emilia-Romagna di un salto di qualità.

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