Riforma popolari, parla Vandelli, BpER


Con una riforma delle banche popolari “che avvenisse senza transizioni”, osserva l’amministratore delegato della Bper Alessandro Vandelli, “fondi di private equity esteri potrebbero approfittarne” e prendere di mira due o tre delle banche soggette a questi cambiamenti. Il banchiere, interpellato sull’annunciato decreto legge del Governo a margine di un’audizione in Senato, spiega che l’abolizione del voto capitario per le banche popolari porrebbe un problema “a ridosso delle imminenti assemblee degli azionisti. Difficile capire quale metodo di voto vada usato gia’ nella predisposizione della lista di candidati” per un rinnovo di cda. Il banchiere aggiunge che sarebbero da riscrivere tutti gli statuti basati sul voto capitario”.

Contraria alla riforma Lapam. “Il sillogismo grande banca-grande credito non sembra aver funzionato. Gli imprenditori non registrano miglioramenti nell’accesso al credito con gli istituti di grandi dimensioni o lontani dal proprio territorio di riferimento. Al contrario, il localismo bancario ha contribuito allo sviluppo del sistema produttivo italiano rappresentato per il 95% da piccole imprese. È il modello di sviluppo fatto di intreccio dell’economia con il territorio, idoneo a reggere la sfida dell’economia globale. Per questo siamo contrari alle ipotesi di riforma delle banche popolari all’attenzione del Governo”.

“Una testa un voto”, addio. Il cosiddetto voto capitario, elemento distintivo tanto caro alle popolari non varrà più per le banche più grosse, con una mossa a sorpresa dopo 20 anni di attesa dal governo.
Si riuniranno domani a Milano in un vertice di Assopopolari i dieci istituti di credito interessati dall’investment compact, il decreto del governo che obbliga le più importanti banche popolari italiane a trasformarsi in Spa entro 18 mesi.
La riforma riguarda le banche con un patrimonio superiore agli 8 miliardi, vale a dire le più grandi Banco Popolare, Ubi Banca, Bper, Banca Popolare di Milano, le venete: Banco Popolare di Vicenza e Veneta Banca; e le più piccole Popolare di Sondrio, e Credito Valtellinese, e quelle che interessano il centro e sud d’Italia: Banca popolare dell’Etruria e del Lazio e Popolare di Bari.
Sono esclusi invece gli istituti più piccoli e il credito cooperativo.
Sullo sfondo della riforma le grandi aggregazioni che vedono al centro Monte Paschi e Carige entrambe bocciate dai recenti esami della Bce.
Si tratta di una svolta storica per il sistema bancario italiano. I pareri però sono discordanti. Ettore Caselli, presidente Bper e di Assopopolari, ha manifestato fin da subito le proprie perplessità dicendosi preoccupato dalla possibile perdita “dei principi di equilibrio e continuità” che da sempre hanno contraddistinto le Popolari. Di eccessiva fretta e di rischiosa esposizione al mercato parla invece l’ad di Bper Vandelli che all’uscita dall’audizione al Senato ha spiegato che “senza transizione i fondi potrebbero facilmente approfittarsene per prendere di mira due o tre banche”.
Contro la riforma però si è già abbattuto parte del mondo politico, critiche sono arrivate dalla Lega con Salvini e da Giovanardi. Mentre Colaninno del Pd plaude al cambiamento. Dubbi però arrivano pure dalle piccole medie imprese. Secondo Lapam “in questo modo è a rischio il rapporto con il territorio.
Contestata inoltre la scelta del decreto, motivata dal ministro dell’Economia Padoan con la necessità di dare un segnale d’urgenza. La riforma era stata infatti più volte sollecitata anche dalla Commissione europea
Toccherà ora ad Assopopolari arrivare ad una sintesi, probabilmente elaborando una controproposta che parta dal lavoro svolto dai docenti ed esperti in quella commissione che fu convocata dal Parlamento per studiare una riforma più soft. Intanto Piazza Affari premia la riforma con rialzi che hanno riguardato un po’ tutti i titoli delle popolari interessate.

 

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