Ricorrenze e indifferenze


21 LUGLIO 2010 – Quindici anni fa finiva il massacro di Srebrenica, l’episodio più atroce della guerra di Bosnia Erzegovina: ottomila tra uomini e ragazzi musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache in un territorio che era stato dichiarato “area protetta” dalle Nazioni Unite. Un eccidio finito sui libri di storia come il primo genocidio in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. L’anniversario ufficiale della tragedia c’è stato domenica 11 luglio, giorno della caduta della città teatro della barbarie, una località circondata dalle montagne che nel giro di due anni aveva accolto decine di migliaia di profughi di religione musulmana. Con la ricorrenza si è parlato nuovamente della vergogna più grande legata all’eccidio: la disattenzione generale nel quale si è consumato. Con l’indifferenza delle potenze che avrebbero potuto agire (Onu e governi occidentali), e il distacco da parte dell’opinione pubblica. Per diffondere maggiormente la memoria su quei tragici giorni, le associazioni delle vittime qualche mese fa avevano pensato, vista la concomitanza dell’anniversario con la finale dei mondiali, ad un minuto di silenzio all’inizio della partita. Sessanta secondi di raccoglimento che però non sono stati concessi. A Reggio Emilia, in alcune zone della città sono esposti dei manifesti che ricordano in un modo a metà strada tra arte e linguaggio pubblicitario, il genocidio di Srebrenica. Ogni pannello mostra un capo di abbigliamento firmato. Vestiti, visibilmente sgualciti, prelevati direttamente dai corpi ritrovati nelle fosse comuni. Scarpe della Puma, jeans Levi’s, una felpa con il logo dell’Adidas, una maglietta Nike. Solo la scritta Srebrenica che appare a fianco ricorda la provenienza e il significato di articoli che in molti casi sono stati l’unico appiglio per il riconoscimento delle vittime. I pannelli, che di notte si illuminano, sono lì da più di un anno, installati in concomitanza di una mostra di artisti di Sarajevo che si è tenuta in uno spazio espositivo del Comune. La serie di fotografie si chiama “Identify”, progetto che vuole giocare sul doppio significato di identificazione: dei cadaveri e nel brand, la marca. Chi passa in auto o in bicicletta alla guerra in Bosnia Erzegovina non ci pensa, e nemmeno al marketing. Il tutto si confonde nella giungla di cartelloni pubblicitari annuncianti saldi di fine stagione, eventi musicali fuori porta, mangimi per animali, mutui a tasso vantaggioso.Prima di queste foto che da lontano sembrano una brutta campagna firmata Oliviero Toscani, nelle cornici illuminate da luci al neon c’erano gli articoli della Costituzione italiana. Una decisione dell’assessorato Cultura per celebrare i sessant’anni della Carta. Per Srebrenica l’anniversario invece non c’entra. Le pubblicità sono rimaste lì perché non c’era altro da mettere. Però sempre meglio di niente. Molto di più che gli zero secondi di silenzio concessi alla finale di Johannesburg.

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