Ricominciare a crescere guardando all’Europa


    © Emilianet 2008BOLOGNA, 18 NOV. 2008 – In questo periodo di crisi, l’Emilia Romagna rimane pur sempre la regione più ricca d’Italia. L’economia regionale non cresce più, ma non retrocede nemmeno. Gli imprenditori però, per la prima volta, sono pessimisti e hanno paura di una stretta creditizia su investimenti e liquidità. Questo emerge dalla rilevazione sul primo semestre 2008 condotta da TrendER, l’Osservatorio congiunturale realizzato da CNA e Banche di Credito Cooperativo in collaborazione con Istat sui bilanci di 5.040 imprese da 1 a 19 addetti dell’Emilia Romagna. I dati emersi dall’indagine sono stati presentati questa mattina presso la sede bolognese del CNA, in occasione del Quarto Forum congiunturale della micro e piccola impresa dell’Emilia Romagna. Ilario Favaretto, docente di Politica Economica Regionale all’Università di Urbino, ha aperto del convegno analizzando l’andamento congiunturale, che fino allo scorso giugno non ha mostrato indicatori di crisi. Infatti, nonostante la debolezza manifestata dall’economia italiana, le micro e piccole imprese dell’Emilia Romagna, nel primo semestre del 2008, hanno retto bene: ordini, produzione e fatturato, pur segnando un rallentamento rispetto agli ultimi mesi del 2007, sono rimasti in area positiva, così come gli investimenti. Favaretto non ha mancato di sottolineare come, nonostante un lieve decremento a livello complessivo, siano aumentati significativamente gli investimenti in macchinari e impianti, a dimostrazione del fatto che “il desiderio di rinnovare le capacità produttive e di muoversi seguendo una progettualità ben definita non è venuto meno”. Proprio gli incentivi all’innovazione sono stati individuati, assieme alla riduzione del costo del lavoro e alle agevolazioni al credito, come uno dei provvedimenti che il governo dovrebbe assumere per migliorare la produttività delle micro e piccole imprese italiane. A sostenerlo alcuni associati CNA emiliano-romagnoli a capo di imprese da 4 a 100 addetti, che sono stati interpellati a metà ottobre dall’Istituto di Ricerche Freni di Firenze nell’ambito di un sondaggio condotto per delineare gli effetti della crisi finanziaria sull’economia reale. Vincenzo Freni ne ha illustrato i risultati, evidenziando come il sentiment degli imprenditori sia improntato al pessimismo. Si apre, dicono, un effetto domino: crollano i mercati finanziari, il sistema bancario frena sugli affidamenti, ritardano i pagamenti e per le imprese scarseggia la liquidità. Alla base delle perplessità espresse dagli intervistati ci sono l’alto deficit pubblico, che impedisce di trovare risorse significative da destinare allo sviluppo, e l’elevata pressione fiscale, che toglie margini ai risultati aziendali e comprime gli investimenti. Secondo gli imprenditori, la minore competitività del Sistema Italia non deriva infatti da una bassa produttività delle imprese, quanto piuttosto dall’inefficienza della Pubblica Amministrazione e dallo squilibrio dei conti pubblici da un lato e dal divario esistente ancora oggi tra Nord e Sud dall’altro. Tutte ragioni sposate in pieno dal Segretario CNA Regionale dell’Emilia Romagna, Gabriele Morelli, che ha auspicato una riduzione significativa dei costi di funzionamento della macchina produttiva del Paese e considera necessaria una politica di forti ammortizzatori sociali per gestire, anche in un momento di crisi, un modello di crescita qualitativa. A favore di una dimensione quantitativa di crescita, finalizzata a un ripensamento della programmazione degli interventi pubblici, è invece Massimiliano Marzo, docente di Macroeconomia all’Università di Bologna. Secondo Marzo, è necessario “uno shock, che ponga fine alla logica punitiva per le imprese e permetta al Paese di uscire da questo clima di Inghilterra pre-thatcheriana”. Ma ancora più fondamentale è creare un’idea trainante per il territorio regionale, per poter così attirare investitori stranieri. Il problema dell’Emilia Romagna, infatti, “non è l’inefficienza, ma l’assenza di linee guida, che sono state la chiave di sviluppo degli ultimi cinquant’anni”. La programmazione strategica regionale è la linea da seguire anche per Sebastiano Fadda, che insegna Economia del Lavoro e Macroeconomia Avanzata all’Università degli Studi Roma 3. Fadda consiglia di individuare una filiera in cui possano convergere i diversi settori produttivi e di costituire una rete di alleanze tra imprese decise a conseguire un obiettivo ben delineato. Solo così potrà rinascere il tanto decantato modello emiliano-romagnolo, che costituisce ancora un polo di eccellenza nel nostro Paese, ma è spesso in ritardo se confrontato ad altre regioni europee. Come ha detto in conclusione del suo intervento Massimo Guagnini di Prometeia, “basta accontentarsi di essere i primi della classe in Italia, adesso l’Emilia Romagna deve pensare e agire su scala continentale”. 

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