Report e il crepuscolo del salotto made in Romagna


FORLI’ (FC), 19 OTT. 2009 – Un mercato che nel giro di cinque anni ha assunto un volto nuovo, dagli occhi a mandorla, costringendo a far chiudere centinaia imprese di artigiani del divano. Una storia ambientata a Forlì, in uno dei distretti più qualificati del made in Italy, e raccontata dalla puntata di domenica 18 ottobre di Report. Al centro dell’inchiesta di Sabrina Giannini, la concorrenza sleale operata dagli imprenditori cinesi, il cui vantaggio competitivo sta nell’utilizzo di manodopera in nero. Protagoniste del servizio due imprenditrici, Elena Ciocca e Manuela Amadori, impegnate da anni a denunciare la progressiva corsa verso il basso dei prezzi alla produzione. Una discesa che ha portato in dieci anni le case distributrici di salotti a pagare quasi la metà lo stesso prodotto ai terzisti.Scene quotidiane di concorrenza sleale: aziende cinesi con 20 operai assunti che però svolgono il lavoro di 80 operai; contoterzisti italiani che licenziano propri dipendenti per subappaltare una fase della lavorazione ai cinesi per stare dentro ai loro budget; altri che piuttosto di fare una cosa del genere decidono di chiudere. Un’ecatombe che solo nel 2006 ha fatto cessare l’attività a 50 aziende italiane, mentre nel registro delle imprese della camera di commercio si vedevano aumentare del 135% le imprese individuali cinesi.Cosa non ha funzionato? Principalmente è mancata la capacità dello Stato d’imporre la legalità. O, meglio, a essere assenti sono delle leggi che puniscano severamente chi sfrutta manodopera in nero. Mentre la realtà del nostro Paese è fatta di ispettorati del lavoro che si vedono limitati a dare lievi sanzioni per punire chi fa lavorare persone senza regolari contratti. I deterrenti sono stati addirittura ulteriormente indeboliti dal pacchetto sicurezza che ha passato da 2500 euro a 1500 la multa per i trasgressori. Un bello schiaffo per chi, come le imprenditrici protagoniste del servizio, da anni attendeva una risposta da parte dallo Stato.Un risposta intanto sta cercando di darla la magistratura, al lavoro dal 2007 sul caso “divani puliti”. Nell’aprile del 2007 due capannoni erano stati sequestrati e 5 imprenditori italiani e 6 cinesi denunciati perché ritenuti responsabili di 78 violazioni del codice penale, dalle norme sulla sicurezza alla turbativa di mercato a danno di imprese artigiane locali. Le indagini si sono concluse il 15 ottobre e per la prima volta degli imprenditori italiani si sono visti consegnare al loro indirizzo gli stessi capi d’accusa per reati di solito contestati solo ai subappaltatori cinesi, vale a dire il lavoro nero e la mancata sicurezza. Questo perché cinesi e italiani in concorso fra loro avrebbero costituito a monte una società di fatto. La poltrona, in questo caso, era davvero per due, nel senso che sopra ci stavano entrambi. L’imprenditore romagnolo forniva al cinese capannoni, macchinari e commesse, e il cinese garantiva il lavoro finito ad un prezzo molto basso.Resta dunque da attendere che la giustizia faccia il suo corso, anche se il fenomeno della concorrenza sleale italo-cinese è molto ampio, molto di più dei fatti sui quali si sono concluse le recenti indagini. La paura è che anche in Emilia-Romagna, così come in altre regioni, si sia arrivati a tollerare questo sistema. Allo stesso modo in cui si è arrivati a tollerare tante condotte illegali diffuse in Italia, come l’evasione fiscale, il falso in bilancio e l’abusivismo edilizio.

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