Reggio Emilia: famiglie troppo sole


10 SET 2009 – A Reggio Emilia le famiglie vengono lasciate "troppo sole" nel gestire le situazioni di non autosufficienza. La pensa così Maurizio Piccagli, segretario provinciale del sindacato pensionati SPI Cgil, che evidenzia in particolare la distanza esistente tra la definizione e il governo dei sistemi a Reggio Emilia e il modello che esce dalla produzione legislativa della regione, un modello importante nel quale il pubblico è chiamato a giocare un ruolo decisivo e che vede il confronto con il sindacato assumere un ruolo determinante. Un esempio tra tutti la legge regionale n. 2/03 che prevedeva una trasformazione delle IPAB (Istituzioni di Pubblica Assistenza e Beneficienza) in ASP (Aziende pubbliche di Servizi alla Persona) ."Questa legge faceva pensare che il ruolo futuro delle ASP sarebbe stato quello di rappresentare sul territorio la struttura pubblica in grado di gestire l’intera rete dei servizi territoriali socio-assistenziali, invece a parte il cambio di sigla – da IPAB ad ASP – non è successo niente, nel senso che il ruolo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Tutto ciò rischia di far apparire il ruolo del pubblico indebolito, mentre come sindacato consideriamo prioritario il rafforzamento di questo ruolo, che deve sapere rendere forte e diretta la propria assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini (da questo punto di vista la qualità dell’atto di presa in carico di chi ha la necessità di ricorrere ai servizi socio-assistenziali è fattore determinante) oltre che nella programmazione, nella gestione, nella produzione e realizzazione del sistema di servizi territoriali a rete"."Potrei fare diversi esempi – continua Piccagli – però parto da una idea più volte espressa dal sindaco Graziano Delrio e cioè quella di voler proiettare il futuro di Reggio Emilia tra le prime realtà europee partendo dalle eccellenze che sono presenti nella nostra città. Una prospettiva che condivido e che credo debba essere perseguita con determinazione. Partendo da qua direi a Delrio che tra le eccellenze non può mettere l’attuale sistema di welfare, almeno quello che si occupa della popolazione anziana. Siamo cioè in presenza di un sistema di welfare che rispetto alla media europea garantisce una risposta pubblica alla domiciliarità che è ancora inferiore di 4-5 volte; i posti letto per non autosufficienti nelle strutture protette sono almeno la metà rispetto alla media europea, quindi c’è un vuoto pauroso di protagonismo pubblico nella risposta ai bisogni socio-assistenziali della popolazione non autosufficiente riempito dal badantato, fenomeno non a caso presente con questa rilevanza e questi numeri solo in Italia e non nel resto dei Paesi europei. Quindi è evidente che c’è un rapporto diretto tra la mancanza di risposta del pubblico ai bisogni di domiciliarità e il fatto che le famiglie lasciate a sè stesse siano costrette a cercare soluzioni come quelle appunto delle badanti, attivando, in questo modo, una sorta di welfare "fai da te". Badanti che certamente fanno un lavoro straordinariamente importante e sono figure assolutamente positive nel senso che si fanno carico di problemi molto delicati e complessi, però tutto ciò è causato dal fatto che il pubblico lascia troppi problemi insoluti. Questo ha tra l’altro come conseguenza il fatto che noi oggi abbiamo una assistenza domiciliare nella quale il processo di privatizzazione è gigantesco. E di conseguenza il ruolo del pubblico è insignificante. Il vuoto della rete di copertura istituzionale, frutto anche di una mancanza quasi sconcertante di programmazione, è stato rapidamente riempito con un processo fatto di una relazionalità orizzontale, che ha fatto incontrare una domanda e una offerta che, per ragioni completamente diverse, sono cresciute velocemente".Alla fine, è l’opinione di Maurizio Piccagli, quello che emerge è che siamo in presenza di un welfare fortemente "familistico", cioè un welfare al quale la risposta è chiamata a darla la famiglia in assenza di risposte da parte del pubblico. "Che la famiglia sia coinvolta nella risposta è un bene, che il pubblico cerchi un rapporto di prossimità per rispondere ai problemi della non autosufficienza è anch’esso un bene, però la mia impressione è che in questo caso il processo di trasformazione avvenuto negli ultimi 5/6 anni nel modello di welfare del comune di Reggio attraverso la costituzione dei 5 poli territoriali sconti alcuni significativi problemi: Il primo. Credo si sia scommesso troppo sulla disponibilità da parte del territorio di farsi carico dei problemi. Secondo. Probabilmente, nonostante la disponibilità, la professionalità, il senso di appartenenza e la generosità degli operatori credo si possa affermare che il Comune, nel processo di trasformazione, non li abbia coinvolti a sufficienza e quindi anche nei loro confronti, almeno questa è l’opinione che mi sono fatto, il processo appare forzato. Quindi c’è bisogno che il comune di Reggio (ma questo vale per molti comuni della nostra provincia) dia maggiore disponibilità di rapporto e di confronto con le organizzazioni sindacali; negli ultimi 2-3 anni noi abbiamo aperto e retto confronti assolutamente inconcludenti, c’è bisogno invece di trovare delle soluzioni e c’è bisogno di trovarle anche perchè la disponibilità manifestata dalle organizzazioni sindacali rispetto alla introduzione della addizionale Irpef (sia a livello locale che a livello regionale) era legata ad un salto di qualità nel sistema di welfare e cioè una maggiore disponibilità a finanziare i sistemi e quindi a migliorarli”.“Credo non si possa assolutamente dire che il sistema di welfare sia migliorato in modo significativo da quando è stato costituito attraverso l’addizionale regionale il fondo per la non autosufficienza e attraverso l’addizionale comunale un introito supplementare. Anzi, forse ci sono segni di peggioramento, anche perchè nel frattempo i bisogni sono aumentati, ma anche soprattutto perchè una delle ragioni per cui si era pensato di costituire il fondo per la non autosufficienza (cioè sgravare le famiglie anche dei costi o almeno di una parte dei costi socio-assistenziali) non si è verificata. Oggi una badante ad una famiglia costa mediamente 1.200/1.300 euro al mese, le famiglie che se lo possono permettere non sono moltissime, e saranno sempre meno. Però sempre più frequentemente nelle assemblee a cui assisto sento persone che hanno genitori o nonni non autosufficienti lamentare il fatto che fino ad ora hanno retto perchè i padri o i nonni avevano un poco di risparmi, una volta esauriti quelli si chiedono come faranno. Noi avevamo previsto di rispondere con le entrate dalle addizionali, se non è così bisogna che cominciamo a riflettere sul fatto che è ora di affrontare il problema delle famiglie che sono troppo sole quando devono gestire situazioni di non autosufficienza. Anche perchè non sono certo che ci sia la sufficiente consapevolezza che le attuali condizioni di vita di migliaia di anziani e delle loro famiglie, a partire da quelli non autosufficienti, rappresentino una vera emergenza che deve trovare risposte adeguate. Inoltre non va dimenticato che i pensionati residenti nella nostra provincia che hanno pensioni che non superano i 700 euro al mese sono circa il 50% del totale, mentre il 70% si ferma al massimo a 1.000 euro”.Maurizio Piccagli è intervenuto nell’ultimo numero di Inchiesta, la rivista trimestrale che si occupa di analisi di politiche sociali diretta da Vittorio Capecchi. Tra i contributi pubblicati ci sono anche quello dell’assessore regionale Giovanni Bissoni , del professor Emmanuele Pavolini, docente di Sociologia all’Università di Macerata, del professor Luca Beltrametti , docente all’Università di Genova.

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