Reggio Emilia, alla ricerca della quinta facoltà


REGGIO EMILIA, 4 FEB. 2009 – Andando sul sito dell’università di Modena e Reggio Emilia si trova scritto che l’ateneo, oltre ad essere uno dei più antichi, fondato nel 1175, è anche "uno dei pochi esempi in Italia di università a rete di sedi". Cosa voglia dire “rete di sedi” nella pagina di benvenuto non c’è spiegato, bisogna andare a sfogliare lo statuto per saperlo. Si tratta di un modello, un tipo di struttura che venne scelto nel maggio del 1998, con la firma di un protocollo d’intesa tra ministero dell’Università, Università di Modena ed enti locali di Modena e Reggio Emilia. Un progetto ambizioso che voleva evitare il fenomeno, diffuso in Italia, della proliferazione di sedi universitarie dalle analoghe offerte formative in ogni provincia. E che, allo stesso tempo, voleva dare inizio a qualcosa di diverso dall’istituzione di una semplice sede distaccata di un ateneo (esperienza già intrapresa da molte università, tra cui Bologna).Con la rete di sedi nasceva così una forma organizzativa tutta nuova, con separate strutture didattiche e amministrative per ciascun polo universitario. Gli unici organismi che restavano in comune erano quelli di governo dell’università: rettore, Consiglio di amministrazione e Senato accademico. Alla sede di Modena e a quella di Reggio il progetto assicurava pari dignità e autonomia nello sviluppo. Sulla carta sembrava davvero qualcosa di eccezionale. Un cambiamento di quelli che passano alla storia, almeno nei nomi. Dopo 832 anni l’ateneo modenese si vedeva “allungare” la propria denominazione da “Università di Modena” a “Università di Modena e Reggio Emilia”. Un modo per porre fine a secoli di campanilismo tra le due città? No, tra i perché dell’accordo c’era il momento di difficoltà economica in cui si trovava, all’epoca, l’università di Modena i cui iscritti, da un po’ di tempo, erano in calo. L’ingresso di Reggio significava l’arrivo di nuove risorse e di nuovi studenti. Ora, a distanza di più di dieci anni dagli esordi del modello a rete di sedi, si può guardare a quanto di ciò che era sulla carta è stato realizzato. I numeri del protocollo d’intesa prevedevano per Reggio Emilia il raggiungimento, in dieci anni, di 5 mila iscritti e di 5 facoltà. Se quello della popolazione universitaria si può considerare un obiettivo quasi raggiunto (nell’anno accademico 2007-2008 risultavano 4457 gli studenti iscritti alla sede reggiana), per quanto riguarda il numero delle facoltà, all’appello ne manca una. Attualmente sulla sede reggiana se ne contano quattro (Scienze della Comunicazione e dell’Economia, Agraria, Ingegneria, Scienze della Formazione), mentre sono otto a Modena. Della quinta facoltà che dovrà fare parte del polo reggiano non è stato ancora messo in cantiere nulla. La disciplina di cui si dovrà occupare non è ancora stata individuata, né dall’università né dagli enti locali.Se si torna sul discorso dell’andamento degli iscritti nel polo reggiano, questi ci mostrano il rischio di una stabilizzazione, se non di un calo, della popolazione universitaria a Reggio Emilia. Nell’anno accademico 2007-2008 gli iscritti sono calati del 5,65 per cento rispetto all’anno precedente. Proprio questo dato evidenzia la mancanza della quinta facoltà, la necessità, cioè, che sulla sede reggiana si ricominci a investire con nuove proposte formative.

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