Referendum porcellum


19 GIU. 2009 – Si ricomincia da capo. A distanza di due settimane dalle elezioni amministrative e del Parlamento europeo gli italiani sono chiamati un’altra volta alle urne e l’esercito degli scrutatori è di nuovo pronto a prendere il suo posto. A rimettere in moto la macchina del voto non ci sono soltanto i ballottaggi riguardanti i comuni e le province i cui sindaci e presidenti non sono stati eletti al primo turno. Per tutti quanti gli italiani c’è un referendum da decidere, che è stato proposto per modificare l’attuale legge elettorale in vigore, denominata “porcata” dal suo stesso autore principale Roberto Calderoli. Un soprannome che riassume bene l’indecenza dell’attuale sistema, che prevede liste bloccate e assegna a un ristretto gruppo di persone, le segreterie dei partiti, la facoltà di decidere la composizione di Camera e Senato. Per cercare di rendere più presentabile il “porcellum”, il referendum propone di barrare la casella del sì su tre schede diverse, corrispondenti a tre quesiti, che spieghiamo sinteticamente in questo articolo. Al di là di dove finiranno le crocette, la sfida più grossa sarà quella del quorum. Come per tutti i referendum, infatti, la consultazione ha valore se va a votare la metà (più uno) dell’elettorato italiano. Una soglia ardua da raggiungere, considerando la difficoltà della materia su cui si decide e la data in cui si va alle urne. E soprattutto considerando che sull’argomento dal mondo della politica, e anche da quello dei media, è sceso una sorta di assordante silenzio. Al massimo se ne parla poco, e, in fondo in fondo, anche partiti che in un primo tempo, come il Pd, invitavano a votare sì, ora sperano che il quorum non venga raggiunto. O, più semplicemente, queste forze politiche si dicono molto impegnate nei delicati duelli dei ballottaggi in corso. Un peccato. Non solo per lo sperpero di denaro pubblico che un referendum comporta, ma soprattutto per l’importanza che avrebbe, per il nostro Paese, un sistema elettorale migliore di quello attuale.Ma la legge firmata Calderoli è talmente obbrobriosa che la strada per modificarla, soprattutto attraverso una consultazione referendaria, risulta terribilmente in salita. “Tentare di cambiare le leggi elettorali attraverso un referendum è una cosa assurda”. La pensa così Gian Paolo Storchi, professore di diritto Costituzionale all’Università di Modena e Reggio Emilia. Lui ai suoi studenti spiega che lo strumento referendario, in tema di leggi elettorali, ha molti limiti. “La Corte Costituzionale ha stabilito che un referendum sulla legge elettorale non può riguardarla nel complesso, ma può agire solo parzialmente, in quanto deve restare in piedi una legge comunque utilizzabile”.Così si spiega come mai non è stato possibile abrogare in toto, come era stato all’inizio proposto, la legge di Calderoli, per tornare direttamente a quella in vigore prima, il cosiddetto “Matterellum”. “Secondo la maggior parte dei costituzionalisti una proposta del genere era impossibile, perché abrogare la legge esistente non corrispondeva automaticamente a far tornare quella che c’era prima al suo posto”.Allo stesso tempo si capisce come mai il referendum di domenica e lunedì parli di coalizioni e di plurieletti, ma non di preferenze. “Incidere sull’aspetto delle liste bloccate era praticamente impossibile”, sottolinea il professore. Non dare agli elettori la possibilità di scrivere il nome di un proprio rappresentante, come si è appena fatto per le europee, è davvero da paesi del terzo mondo. Ed è uno dei motivi per cui la legge vigente ha suscitato dubbi di costituzionalità. Problemi che sono destinati a restare irrisolti anche dopo il referendum, al di là del suo esito. Molti elettori sperano che una vittoria dei sì possa spingere i nostri parlamentari verso la discussione di un nuovo sistema elettorale, più democratico. “Ma anche se passasse il sì al referendum, non ci sono grosse probabilità che il Parlamento scriva successivamente, sulla base di questo, una nuova legge elettorale che introduca di nuovo le preferenze” spiega Storchi. “Gli eventuali interventi successivi del legislatore andrebbero nella direzione del referendum stesso”. Ed è la strada del bipartitismo quella in cui vorrebbe portare l’Italia il comitato promotore. L’altra faccia della medaglia dell’eliminazione del potere di ricatto dei partiti minori è la riduzione del panorama politico a due soli partiti. Una visione distorta rispetto al comportamento elettorale del nostro Paese. “L’elettorato italiano – conclude Storichi – non ha mai dimostrato alcuna tendenza verso il bipartitismo. Si è cercato in tutti i modi di forzarla, ma la frammentazione resiste e di ciò bisognerebbe prendere atto una volta per tutte”.

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