confcooperative lancia sos sul lambrusco


reggio emilia 30 aprile Senza aggregazioni per la commercializzazione e l’imbottigliamento, con un tasso medio di utilizzo degli attuali pochissimi impianti che in Emilia-Romagna si ferma al 33% e in presenza di quotazioni delle uve che nel 2010 si sono attestate del 33% al di sotto della media degli ultimi dieci anni, nessun incremento dell’export potrà dare slancio alla viticoltura e al Lambrusco.Dopo gli entusiasmi suscitati dai successi al Vinitaly, l’analisi e le proposte di Confcooperative emerse dal convegno “Il lambrusco da vino locale a eccellenza internazionale” appaiono come una “doccia fredda”. “I successi non mancano – spiega Confcooperative – – ma altre cifre ci dicono che è ancora molto il lavoro da sostenere per valorizzare il lavoro di 3.706 aziende agricole reggiane”. “Con oltre il 90% della produzione locale di vino, le Cantine sociali hanno risolto il problema della trasformazione e della frammentazione delle coltivazioni (7.772 ettari concentrati per il 50% su 371 imprese agricole, con la quota restante sbriciolata su 3.335 aziende) – ha detto in convegno il responsabile delle coop agricole ed agroalimentari di Confcooperative, Alberto Lasagni – ma resta ancora molto da fare sul versante commerciale, e soprattutto nel rapporto con un mercato che vede un governo diretto dell’imbottigliamento – da parte delle stesse cantine – che si ferma al 65% per il Lambrusco, che peraltro rappresenta la metà della produzione locale di vini”.E se il vero termometro sull’andamento del comparto vitivinicolo è rappresentato dai redditi dei produttori, proprio qui – secondo Confcooperative – arrivano le note più dolenti: gli ultimi bilanci disponibili, riferiti alla vendemmia 2009, e quindi al prodotto commercializzato nel 2010, dicono che proprio lo scorso anno si è toccato il punto più basso dal 2000 ad oggi, con prezzi medi pari a 24,01 euro per quintale di uva. In altri termini, una cifra (scesa di 1,8 euro in un anno) che rappresenta molto meno della metà di quanto i produttori intascarono nel 2002 (55,68 euro) e si colloca ben al di sotto della media del decennio, pari a 33,55 euro per quintale.“I bilanci delle nostre imprese – ha detto il presidente di Confcooperative, Giuseppe Alai – risentono di quanto accade su scenari ben più ampi, e proprio per questo quando parliamo di sostenere il passaggio del Lambrusco da vino locale ad eccellenza internazionale ci riferiamo alla necessità di una diversa organizzazione imprenditoriale che tenga conto della fortissima competizione che spinge tutti i produttori del mondo verso le esportazioni e, conseguentemente, a confrontarsi sugli stessi mercati sovranazionali”.“Dal punto di vista qualitativo – ha proseguito Alai – siamo già a questi livelli di eccellenza, ma il passaggio all’imbottigliamento diretto e alla conseguente commercializzazione (oggi solo 4 cantine dispongono di appositi impianti) non è rinviabile, e la soluzione non è la moltiplicazione degli impianti di imbottigliamento, ma la concentrazione di questa fase di lavorazione, l’adozione di nuove, condivise e più aggressive politiche commerciali e di marketing: senza questa coesione sulla visione strategica e senza aggregazioni finalizzate agli investimenti necessari il rischio è quello di perdere quote su un mercato internazionale che per il Lambrusco vale il 50% delle vendite”.E proprio su aggregazioni e coesione tra i produttori hanno spinto anche Adriano Orsi, presidente nazionale del settore vitivinicolo di Confcooperative e presidente di Cavit, Emilio Pedron del Gruppo Italiano Vini, e l’assessore provinciale all’Agricoltura, Roberta Rivi.“Sconcertante e scandalosa”, proprio secondo la Rivi, una politica comunitaria che in tre anni ha destinato a Reggio Emilia 8,5 milioni di euro per le estirpazioni di vigneti: “risorse comunitarie – ha aggiunto l’assessore – che vanno usate per la promozione dei prodotti e per sostenere importanti progetti di aggregazione, ma certo non per premiare chi cessa l’attività”.

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