industriali reggio emilia- l’assemblea annuale Landi lancia la “Cittadella della conoscenza”.


reggio emilia 22 giugno Il presidente di Industriali Reggio Emilia (Confindustria) Stefano Landi ha aperto l’assemblea annuale con nuove proposte. Infatti l’assemblea era titolata INDUSTRIE CON LE IDEELandi è partito da una constatazione: “Nello stato d’animo dei reggiani mi pare assente quella forza che sta trainando l’economia globale fuori dalla crisi.”Secondo Landi c’è la necessità di è la necessità di “pensare” lo sviluppo locale e il nuovo ruolo di Reggio Emilia, a partire da una visione di Area vasta.Nell’ultimo anno il sistema produttivo reggiano ha esportato beni per 7,3 miliardi di euro. Siamo di fronte a dati positivi, ma ancora lontani dai volumi del 2008 quando – con 8,4 miliardi – fu toccato il record storico delle esportazioni.Siamo tornati ai livelli del 2006.Secco il giudizio sulle relazioni industriali: “La divisione tra le Organizzazioni sindacali, l’irrompere delle sentenze nelle relazioni tra aziende e sindacati, il ritorno di un antagonismo fuori dalla storia, sono, nel loro insieme, l’esatto contrario di ciò di cui le nostre imprese, i nostri collaboratori e la nostra comunità hanno bisogno”.Sul futuro Landi punta molto sulla Stazione Mediopadana dell’alta velocità:”fare della nostra città una capitale mediopadana”.Ma secondo Landi è urgente anche la necessità di completare il campus San Lazzaro e di incrementare non solo il numero degli iscritti, ma anche i progetti condivisi con singole aziende o con Reti di imprese.Un buon esempio è la costituzione e l’avvio del nuovo Istituto Tecnico Superiore per la meccanica-meccatronica.L’obiettivo è chiaro: realizzare a Reggio una vera e propria “Cittadella della Conoscenza”. quindi , ha concluso LAndi, Nella convinzione della necessità di unire tutte le energie disponibili, proponiamo un’ulteriore idea: la costituzione di una Fondazione per la promozione della conoscenza tecnica.E’ stato presentato anche lo studio Prometeia sull’economia reggiana.L’industria manifatturiera reggiana ha sviluppato, nel 2010, un fatturato superiore ai 15,5 miliardi di euro, corrispondenti al 40% circa del PIL provinciale, che è inoltre alimentato da servizi e distribuzione all’ingrosso in buona parte legate a doppio filo al comparto industriale. Con 7,7 miliardi di esportazioni nel 2010 (ovvero quasi il 50% del fatturato), l’industria reggiana si conferma poi come una delle provincie maggiormente export-oriented, anche rispetto agli altri territori italiani a vocazione manifatturiera.Questi dati descrivono sinteticamente un assetto economico che, per intensità manifatturiera, presenta maggiori analogie con alcuni land tedeschi che non con altre provincie italiane (solo tre province venete evidenziano un contributo manifatturiero superiore). Nonostante l’inizio di un percorso di recupero – lo scorso anno si è infatti chiuso con un aumento di fatturato dell’ordine del 10% -, l’industria reggiana, al pari del manifatturiero nazionale, si trova ancora oggi alle prese con una sfida senza precedenti, almeno nella sua storia recente. I cambiamenti innescati (o più spesso accelerati) in seguito alla crisi 2008-09 continueranno infatti ad esercitare effetti di enorme magnitudo sul tessuto produttivo provinciale: nelle aziende reggiane questa consapevolezza è ormai ampiamente diffusa e sta portando a ripensare i vari modelli di business (rispetto ad un passato anche recente) per renderli vincenti anche negli scenari che si profilano per il prossimo decennio.In questo contesto, la collaborazione fra Industriali di Reggio-Emilia e Prometeia (primaria società di consulenza) ha affrontato proprio la questione delle prospettive a medio-lungo termine del manifatturiero reggiano, ponendosi l’obiettivo di delineare alcuni “futuri possibili” per l’industria provinciale e le sue principali nicchie di specializzazione. Tra gli “infiniti” scenari che si possono delineare oggi, in un contesto in cui l’incertezza domina ancora come non mai (non solo con riferimento alle variabili strettamente economiche, ma anche a quelle regolamentari, geo-politiche, ecc.), ci si è concentrati sulla valutazione di alcune traiettorie alternative che possano stimolare approfondimenti e riflessioni sulle possibili conseguenze future di scelte effettuate (o non effettuate) oggi da imprese, corpi intermedi e stakeholder territoriali. L’ottica di medio termine che ha caratterizzato questa attività di analisi del cambiamento ha indotto ad adottare un approccio metodologico misto: da un lato, l’analisi quantitativa ci ha consentito di evidenziare lo stato di salute attuale dell’industria reggiana (facendo ad esempio il punto sulle performance economico-finanziarie, analizzate a partire dai bilanci di oltre 2600 aziende) e generare alcuni scenari inerziali. Rispetto a questo approccio, la testimonianza diretta delle imprese reggiane (raccolte in decine di interviste realizzate con imprese di tutte le classi dimensionali operanti nei vari settori di specializzazione) ha agito come fondamentale complemento qualitativo.Questo approccio, pur non “producendo” un’impossibile stima puntuale di ciò che avverrà di qui al 2020 nel panorama industriale reggiano, ci ha però consentito di delineare un insieme di alternative possibili, sulla base della lettura incrociata di scenari macroeconomici, dati industriali e segnali deboli che stanno emergendo nel sistema delle imprese.In estrema sintesi, i tre scenari ad oggi delineati – che vengono presentati in Assemblea in forma di “work in progress” – si differenziano in base alla capacità che l’industria reggiana nel suo complesso dimostrerà nel consolidare ulteriormente la propria vocazione all’internazionalizzazione.I notevoli risultati conseguiti sul fronte delle esportazioni sopra menzionati, infatti, sono da ascriversi soprattutto alle vendite sui mercati “vicini”, in quanto solo il 20% circa dell’export reggiano è destinato fuori dai confini europei. L’indagine sul campo ha inoltre evidenziato come, anche nei mercati europei, alcune opportunità di mercato nelle nicchie di specializzazione distintive dell’industria reggiana non sono colte, in primis per i vincoli connessi – direttamente o indirettamente – alla ridotta dimensione. Nello scenario di base, la sfida dell’ulteriore scatto sul fronte dell’internazionalizzazione viene colta solo in parte: i capofila delle varie filiere reggiane staccano la flotta (spesso composta dalle piccole e medie imprese delle catene verticali di sub-fornitura) che tende invece a riproporre strategie e comportamenti organizzativi del recente passato, con cambiamenti “al margine” in termini di investimenti, innovazione e mercati di riferimento. In uno scenario del genere – stante le numerose leadership di nicchia presenti – permangono comunque buone prospettive di crescita delle vendite (+6% m.a), ma l’incapacità di espandere i confini geografici delle nicchie renderà molto complicato il recupero di livelli di redditività che – fino a ieri – avevano garantito alla media delle imprese reggiane una capacità di autofinanziamento degli investimenti nettamente superiore al manifatturiero nazionale.Nello scenario più virtuoso, invece, le imprese cambiano nuovamente passo (così come hanno già fatto nei primi anni 2000, quando hanno iniziato ad ottenere risultati di export nettamente superiori alla media manifatturiera nazionale) e decidono “senza riserve” di esplorare i nuovi orizzonti di mercato: investimenti (capitale, innovazione, qualità/servizio, network, ecc.) e crescita dimensionale (non necessariamente attraverso forme di tipo equity, ma in una delle varie architetture di collaborazione stabile e co-committment fra PMI) consentono di potenziare la capacità di differenziazione di prodotto e controllo sul cliente. In questo modo si riescono a cogliere le opportunità sui mercati esteri (tradizionali e nuovi) in un nuovo framework geografico dove i mercati extra-europei forniscono un contributo maggiore (30% rispetto al 20% attuale più simile a quello di un land industriale tedesco); i ca
pofila trascinano la flotta, organizzazione, processi e filiere di sub-fornitura vengono adeguati al nuovo contesto. In questo scenario, i ritmi di sviluppo medi annui attesi sono decisamente superiori, soprattutto in termini di redditività che potrebbe riportarsi su quei livelli (pre-2008) che hanno storicamente garantito alle aziende reggiane buone capacità di finanziamento endogeno dello sviluppo. In un terzo scenario, infine, si ipotizza che l’industria reggiana esprima una limitata dinamicità che, negli scenari competitivi futuri, equivale ad un significativo passo indietro. In questo futuro possibile, le imprese non inseguono i nuovi orizzonti; permangono vincoli legati alla dimensione sub-ottimale (in alcune nicchie) ed alle inerzie comportamentali ereditate dal passato: in una prima fase, questi limiti si traducono soprattutto in “opportunità non colte”, mentre negli anni finali dell’orizzonte di previsione, esse comportano un tendenziale azzeramento dell’attuale gap competitivo rispetto ai concorrenti, con conseguente perdita di quote di mercato, anche nei contesti “vicini” ora ottimamente presidiati. Come conseguenza, il peso relativo del manifatturiero reggiano tende a ridursi in quanto le risorse che saprà generare non consentiranno verosimilmente un adeguato sviluppo degli investimenti.Nell’opinione prevalente fra le aziende reggiane, la probabilità da associare alla realizzazione dei vari scenari delineati dipende in modo decisivo (marcando così una differenza rispetto ad un passato anche recente) dalle azioni di supporto messe in campo dagli stakeholder esterni al mondo delle imprese. In questo senso, le aspettative maggiori riguardano le azioni di policy che potranno essere messe in campo da Unione Europea (es. riduzione barriere all’ingresso nei nuovi mercati), Enti di Ricerca (cui si richiede di fare leva su alcune positive esperienze pilota nella trasformazione della ricerca di base in innovazioni marketable), e, ultimo ma non meno importante, Associazioni di rappresentanza alle quali si guarda come al compagno di viaggio naturale nell’esplorazione dei nuovi orizzonti di mercato. Anche per quanto riguarda le Istituzioni (locali e nazionali), le aspettative sono orientate ad una rinnovata partnership fattiva e positiva, superando le criticità di questi ultimi anni in cui – all’opposto – il rapporto con le istituzioni è stato a volte vissuto come “una corsa ad ostacoli”.La principale richiesta rivolta invece al sistema bancario ha a che fare con la volontà/capacità di valutare le probabilità di successo di progetti industriali di medio termine, supportando le aziende (che sono comunque consapevoli di dover essere le prime a fornire segnali tangibili…) negli ambiziosi piani di investimento che essi comportano.La nota di policy più critica che si sta raccogliendo dal sistema delle imprese riguarda invece le relazioni industriali: su questo fronte il desiderata degli imprenditori è quello di poter rapidamente ritornare a discutere di scenari, strategie ed interessi comuni.

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