La Cina nel mirino del Consorzio del Parmigiano Reggiano


REGGIO EMILIA 20 APRILE Nell’ambito delle strategie per l’export, il Consorzio del Parmigiano-Reggiano punta decisamente la rotta sulla Cina. Dopo aver messo a segno in questi giorni – attraverso la società commerciale “I4S” – il ritiro record di quasi 100.000 forme da destinare al rafforzamento delle operazioni promozionali sui mercati internazionali, l’Ente di tutela ha riunito oggi gli esportatori per presentare opportunità e strategie riguardanti proprio la Cina.“Siamo di fronte ad un Paese e ad un mercato – spiega il presidente Giuseppe Alai – che non si può velleitariamente affrontare solo sulla base di grandi ma del tutto teoriche potenzialità di consumo legate alle cifre riguardanti la popolazione o l’aumento della ricchezza disponibile per milioni di persone: proprio per questo ci siamo avvalsi di The European House-Ambrosetti Spa per la definizione di una strategia fondata su ricerche che vanno a smentire tanti luoghi comuni e fuorvianti entusiasmi, disegnando un percorso lungo ma al tempo stesso possibile per un’eccellenza agroalimentare che si dovrà confrontare con una realtà caratterizzata da un consumo di formaggi ancora assai modesto”.E qui le cifre parlano chiaro: il consumo annuo di formaggi si attesta, in Cina, a 30 grammi pro-capite (in Italia siamo a 23 chilogrammi e, per il solo Parmigiano-Reggiano, a 1,47 chili), ma accanto a questa cifra spicca l’incremento degli ultimi cinque anni, che ha visto raddoppiare abbondantemente i consumi.La tendenza, peraltro, continua vivacemente, e a fine 2019 il consumo pro-capite è stimato in 230 grammi. Per la legge dei grandi numeri, questo significa che dalle 40 tonnellate di oggi si passerà a 303.000 tonnellate, 2.730 delle quali ascrivibili al Parmigiano-Reggiano.“In un Paese in cui si riscontrano modestissime abitudini e anche pregiudizi verso il consumo di formaggi da parte della popolazione più matura – sottolinea Alai – la strategia non può che essere di medio e lungo periodo, deve viaggiare al di fuori degli schemi occidentali che sostanzialmente riguardano quasi tutte le aree in cui esportiamo e, soprattutto, deve incentrarsi su punti di forza individuati in un consumo di latticini e formaggi in crescita, sull’aumento dei ristoranti occidentali nelle città cinesi, sull’apertura dei giovani a prodotti e stili di vita internazionali, sulla sensibilità verso prodotti di grande storia e tradizione, originali e garantiti”.“Il primo obiettivo possibile – prosegue il presidente del Consorzio del Parmigiano-Reggiano – è individuato nella esportazione di 370 tonnellate nel 2015 (quasi 10.000 forme): un avvio lento, in sostanza, che non sarebbe affatto risolutivo se incappassimo in altre crisi come quella degli anni scorsi, ma che prelude però a ben più consistenti affermazioni, tanto che i nostri studi parlano di un aumento del 175% nei due anni successivi (oltre le 1.000 tonnellate nel 2017), di un analogo trend fino al 2019 (oltre 2.730 tonnellate) e successive consistenti crescite, per giungere a oltre 16.700 tonnellate nel 2025, pari ad un consumo pro-capite di Parmigiano-Reggiano che si attesterebbe a circa 11 grammi”.“L’esperienza vissuta in occasione delle Olimpiadi di Pechino – aggiunge Alai – conforta le analisi e i modelli: l’aver sostenuto una manifestazione internazionale di quel tipo ha generato contatti superiori alle pur non modeste attese nei riguardi della ristorazione, della distribuzione e dell’informazione cinese”.La Cina, dunque, è davvero vicina? “Sicuramente – conclude Alai – è meno lontana, e la conferma viene dalla disponibilità di tre esportatori a cimentarsi subito su altrettanti progetti già definiti”.

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