Ravenna, contro la crisi un porto “europeo”


15 SET. 2009 – Non può certo dire di essersi annoiato, Marcello Santarelli, in questi primi cinque mesi passati alla guida della Cgil di Ravenna. Eletto segretario generale della Camera del Lavoro Territoriale lo scorso 28 aprile, ha dovuto da subito affrontare una situazione d’emergenza per contrastare la crisi che ha colpito anche la Romagna. Le filiere produttive su cui storicamente si regge l’intera provincia arrancano, schiacciate sempre più dalla concorrenza dei paesi stranieri e incapaci di reagire, azzoppate come sono dai licenziamenti e dalla cassa integrazione che continuano ad incombere sulle spalle dei lavoratori.Ciò nonostante, Santarelli ha ben chiara la strada da seguire per rilanciare l’economia ravennate e renderla più competitiva. La sua è una ricetta che si basa sull’integrazione di esperienze e di mezzi, per ridurre i costi e puntare sulla qualità. Che vuole fare della città, insomma, un sistema vincente partendo da quello che è senza dubbio il suo cuore pulsante: il porto. E sfruttando risorse come il turismo, a cui – sorprendentemente –  la crisi sembra aver dato una grossa mano.Partiamo dai numeri. Qual è la situazione a Ravenna dopo il rientro dalla pausa estiva?Ad oggi la Camera del Lavoro Territoriale di Ravenna conta 80391 iscritti, di cui 46025 pensionati e 34366 attivi. Tra loro, poi, ci sono 6163 stranieri. Dopo il periodo estivo, in cui il ricorso alla cassa integrazione è calato, adesso siamo ritornati ai livelli più alti, intorno alle 5200 unità. Un numero che raggruppa – è bene dirlo – tutte quelle persone che sono interessate, in questo momento, dai vari strumenti: mobilità, cassa integrazione ordinaria, cassa integrazione speciale o cessazioni.Quali comparti produttivi sono stati maggiormente colpiti?La metalmeccanica e la chimica in maniera preponderante. Poi c’è il tessile, ma staccato notevolmente.  E a livello di aziende, quali sono quelle più esposte alla crisi?Le vertenze più problematiche interessano soprattutto il faentino e il lughese. Per quanto riguarda il settore chimico, a settembre termina la cassa integrazione ordinaria alla HS Penta, mentre alla Borregaard è cominciata a fine agosto. E poi ci sono i casi di Tmqs group, Biesse, Contarini oleodinamica: tutte aziende legate al settore metalmeccanico che stanno soffrendo. Qui a Ravenna infatti abbiamo da una parte una frammentazione della subfornitura e dall’altra una frammentazione, molto forte, dei produttori. Queste realtà, quindi, erano già afflitte da problemi di liquidità, che poi con l’arrivo della crisi si sono ingranditi. In discussione è la struttura stessa delle nostre filiere, quelle della ceramica e delle macchine per il movimento terra o quella dei carrelli. La frammentazione di cui parlavo ripropone la polemica sulla forza della piccola e media industria, una disputa che non nasce a partire dalla crisi ma viene amplificata dall’attuale fase congiunturale. E’ per questa ragione le filiere ravennati, così come i distretti emiliani, hanno mostrato il fianco ai nuovi assetti mondiali. La ceramica, per esempio, è in crisi per la forza degli spagnoli e dei cinesi, quindi se le nostre filiere non cominciano a ripensare ai loro assetti ci sono dei rischi per il futuro.A Ravenna siamo molto forti sia nella subfornitura che nell’assemblaggio dei macchinari, ma bisogna ripensare alle dimensioni, al marketing, a mettersi insieme per fare commercializzazione e liquidità. E fare liquidità vuol dire cominciare anche a fondersi. La prossima inaugurazione del cosiddetto Incubatore di Faenza, il mega edificio che dovrà accogliere le imprese più attive nel campo della ricerca e dell’innovazione del settore ceramico, va in questa direzione?Senza dubbio. I costi alti di cui soffre la ceramica ravennate sono anche il risultato di problemi logistici. E la soluzione a questo tipo di problema ci darebbe un vantaggio competitivo molto forte, in questo periodo di crisi ma anche per il futuro. Questa è una cosa su cui bisognava ragionare prima, ma ancora di più oggi, di fronte all’emergenza. E su quali altri aspetti si dovrebbe intervenire?Qualche tempo fa si ragionava sulla possibilità di realizzare il Distripack nell’area portuale, per permettere alle aziende ceramiche di confezionare il prodotto e spedirlo via nave. Un grande polo logistico insomma, in cui realizzare le fasi di distribuzione e assemblaggio all’interno di container capaci di contenere le produzioni di varie aziende, che alimentano i mercati più lontani. D’altra parte, la creazione di piattaforme logistiche continentali vicino ai fornitori consentirebbe alle aziende di diminuire la vastità degli enormi piazzali di stoccaggio dei loro prodotti finiti. Libererebbe il terreno per altre iniziative, ma soprattutto avrebbe un impatto molto forte sul costo della merce. Abbiamo poi, sempre nel faentino e nel lughese, tantissime aziende che producono vernici per le ceramiche, le cosiddette "fritte". E anche qui subiamo molto la concorrenza degli spagnoli. Allora queste piccole e medie aziende potrebbero cominciare a pensare di mettersi assieme e di fare un prodotto di alta qualità, perché il problema è anche questo. La qualità, nelle ceramiche, è fondamentale. E così facendo si avrebbero dei costi minori con una qualità molto più alta.A proposito del porto, che ruolo può avere nel rilancio dell’economia della provincia?Il porto ha un ruolo fondamentale. Noi oggi abbiamo un sistema che è specializzato nella movimentazione di grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto. E’ chiaro che se si riuscisse, partendo dallo scalo container e con un grande tycoon internazionale, a farne una base logistica per la distribuzione, ne potrebbe beneficiare l’intera economia ravennate. I grandi tycoon dicono che il mare Adriatico è un grande porto e che tutti i porti che vi si affacciano sono delle semplici banchine, quindi si tratta di costruire un’opportunità rispetto a merci specializzate e a distribuzioni che coinvolgano l’Europa e tutto il mondo, non solo la Pianura Padana. Se si potesse ragionare in questi termini, l’indotto sarebbe enorme.Immagino quindi che lei sia contento del Protocollo d’Intesa firmato lo scorso giugno in Comune con l’obiettivo di sviluppare il sistema portuale e di accrescere l’incidenza della mobilità su ferro.Certo, questa è la dimostrazione del fatto che ci sono delle grandi idee e che bisogna solo dar loro delle gambe. L’idea di valorizzare il porto passa attraverso la realizzazione dello scalo container, ma – come dicevo prima – è necessario impegnarsi per trovare dei soggetti che abbiano una visione mondiale e non regionale del mercato. La questione non è semplice, perché si devono mettere in moto tutti i soggetti, sia pubblici che privati. Però noi abbiamo sia le potenzialità che le capacità per fare una cosa del genere. Tra l’altro, qui a Ravenna una sfida come questa è decisiva, perché l’economia provinciale dipende dal porto e viceversa. Nel settore siderurgico, per esempio, se va in crisi tutta la filiera metalmeccanica – e quindi la produzione dei carrelli e delle macchine per il movimento terra – le prime a risentirne sono le fonderie stesse, che infatti adesso sono tutte ferme.  E se il polo ceramico è in difficoltà, lo è anche lo sbarco degli inerti, che registra delle diminuzioni del 40-50%. Il fatto è che le lamiere e gli inerti sono le vere forze del porto di Ravenna, quelle che bisogna salvaguardare più di tutte.Ma l’economia ravennate non può prescindere dal turismo. Qual è il bilancio della stagione appena trascorsa?Il bilancio della stagione turistica è molto buono, e paradossalmente è tale soprattutto grazie alla crisi. Le presenze dall’Emilia-Romagna e dalla Lombardia sono notevolmente aumentate. E questo perché la pressione della crisi sulle famiglie ha fatto sì che molte persone, soprattutto residenti nelle regioni limitrofe alla nostra, quest’anno facessero la scelta di venire in riviera preferendola magari ad una meta più esotica ma più lontana. Come giudica la risposta degli enti locali alla crisi, in particolare la decisione del Comune di Ravenna di destinare 133mila euro ai lavoratori disoccupati?C’è da tenere presente che tutti questi interventi, compreso quello del Comune di Ravenna, sono stati concertati con il sindacato. Il giudizio è buono, ma è chiaro che gli enti locali non riescono a sostituirsi allo Stato. Nel senso che con gli enti locali, rispetto ai bilanci e alle possibilità che hanno, noi abbiamo concordato questi interventi cercando di mirarli sulle fasce più deboli e sulle persone che rischiano di più. Quindi possiamo dire che i Comuni hanno veramente fatto degli sforzi notevoli per far fronte a quello che sta succedendo. Quello che invece non è sufficiente è l’impegno che il Governo mette su questo terreno. Per di più, temo che i prossimi saranno i mesi più duri, dato che il nostro sistema di protezioni sociali sta cominciando a traballare.Cosa si aspetta dall’autunno che comincia?Un altro dato che le posso dare è quello riguardante i posti di lavoro persi a Ravenna nell’ultimo anno, pari a 4200 unità, che sono chiaramente da aggiungere ai 5200 di cui abbiamo parlato prima. I primi sono posti effettivamente persi, mentre i secondi sono tutt’ora più o meno a rischio. Se le cose continuano ad andare come sembra che andranno, ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro dei numeri ancora peggiori e delle condizioni ancora più dure. Poi credo che nessuno sia in grado di dire quanto durerà l’emergenza,  però quel 5200 difficilmente diminuirà da qui alla fine dell’anno, ed è anzi un dato destinato ad aumentare.

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