Ramadan alla Dozza


1 SET 2009 – Immaginate la scena: carcere della Dozza a Bologna, un solo agente penitenziario per cento detenuti, in maggioranza stranieri, in maggioranza di religione musulmana. Nel mese di Ramadan, il mese della purificazione, della preghiera, del digiuno.Da una parte la religione, l’attaccamento alla tradizione, alle proprie radici. Dall’altra la burocrazia carceraria, le regole che sono alla base del sistema detentivo.Finisce il “momento di socialità”, come burocraticamente lo definiscono i regolamenti. L’agente ordina il rientro nelle celle. Ma la fine della “socialità” non corrisponde con i tempi della preghiera. Un detenuto reagisce con violenza, l’agente viene aggredito: un pugno in un occhio, il trasporto al pronto soccorso, otto giorni di prognosi.Chi ha ragione? Secondo la legge l’agente ha fatto il suo dovere, il detenuto è colpevole di aver colpito un pubblico ufficiale.In un piccolo atto di ribellione (o di aggressione, a seconda dei punti di vista) si concretizza, ridotto ai minimi termini, parte di quel conflitto sociale che oggi la maggioranza degli italiani vorrebbe veder risolto con un colpo di spugna. I respingimenti dei gommoni (ma l’85% degli immigrati arrivano dalle frontiere dell’Est non dalla Libia, parole del sottosegretario Boniver), l’umiliazione dei clandestini, i centri di detenzione, il rimpatrio dei detenuti.“Gli stranieri dovrebbero scontare la pena nel proprio Paese”, dice il Sappe, sindacato degli agenti penitenziari. E aggiunge lo stesso sindacato: “A Bologna ci sono 700 extracomunitari su 1.200 detenuti, e solo 350 agenti invece di 550; si dovrebbero sfollare 2-300 detenuti. In Italia adesso servirebbero 5.000 agenti in più, ma se gli stranieri scontassero la pena in patria almeno qui resterebbero i circa 43.000 detenuti che le carceri italiane possono ospitare”. Non fa una grinza. Ma forse su un altro pianeta, non sulla Terra.Qui dobbiamo fare i conti con qualcosa che sfugge alle soluzioni facili e improvvisate. Alla Dozza dobbiamo conciliare la libertà di religione con l’incolumità personale degli agenti di custodia. E alla Dozza, come in ogni altra parte d’Italia, questa “mediazione” non può essere lasciata alla buona volontà dei singoli o alla legge del pugno e del manganello.Dovrebbe essere lo Stato, la politica (quella buona, l’Arte di governare descritta da Aristotele) a mediare tra un detenuto in preghiera, il suo pugno chiuso e l’occhio di un agente di custodia.Peccato che in Italia un Governo non ci sia più per queste cose. Né un Governo con la maiuscola, insediato a Palazzo Chigi a decidere qualcosa che non siano i propri interessi economico-elettorali. Né un governo con la minuscola, un governo (una gestione) dei conflitti, della realtà quotidiana. C’è solo una propaganda umiliante per le intelligenze (quella leghista) e c’è una massa di cittadini lasciata a gestire da sola la propria dose di conflitto quotidiano. Senza gli strumenti per poterlo fare, né giuridici né culturali.Rimane solo quel gesto, un pugno di un musulmano e l’occhio di un cristiano. Ma anche il pugno di un cristiano e l’occhio di un musulmano. Le parti possono essere invertite a piacere.Le carceri, anche nella civilissima Emilia-Romagna hanno superato la capienza ‘regolamentare’, quella cioè per cui si è stimato che un carcere possa funzionare correttamente seguendo i dettami della Costituzione. Anche la società italiana in generale ha superato la capienza ‘regolamentare’, quella che non può essere scritta in nessuna legge e in nessun regolamento.San Francesco, scusate se la digressione sembra troppo ardita, se ne andò da Assisi ad un certo punto della sua vita. Cercava il dialogo con gli altri, soprattutto con i musulmani. E quelli erano tempi in cui c’era poco da scherzare, tempi in cui le Crociate erano una realtà, non la nostra solita comoda metafora giornalistica. Siamo tutti fratelli di un unico Dio, diceva il Santo. Se ci fosse stato Umberto Bossi, balbettante per l’emiparesi, gli avrebbe risposto: la chiesa fa il suo mestiere, noi facciamo il nostro. “Fanculo San Francesco”, avrebbero cantato alla vicina festa della Lega.Non c’è una morale da trarre dal pugno in un occhio ad un agente della Dozza. Sicuramente non c’è una morale facile.San Francesco era un italiano, per quanto piuttosto meridionale, e viveva sicuramente un momento più difficile di questo. E allora: non siamo santi (sicuramente) ma un piccolo moto di ribellione, per favore, a questo punto concediamocelo anche noi.

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