Ragazza espulsa dall’Italia rischia la morte in Nigeria


BOLOGNA, 22 LUG. 2010 – Per una storia di stupro era dovuta fuggire dalla Nigeria. Ora, sempre a causa di un episodio di tentata violenza, al suo paese è stata costretta a tornarci. E’ la storia di Faith Aymoro, 23 anni, originaria di Benin City, da quattro anni a Bologna dove lavorava come badante. Da mercoledì si trova rinchiusa in un carcere di Abuja, capitale della Nigeria, perché su di lei pende un’accusa di omicidio. Nel 2006 il suo datore di lavoro, il capo di una potente famiglia di Benin City, dove la ragazza abitava, tentò di violentarla, così Faith si difese colpendolo con una bottiglia e uccidendolo. Nel processo l’aspetto della tentata violenza non venne preso in esame e l’imputata venne considerata semplicemente alla stregua di un’assassina. Liberata su cauzione scappò in Italia, a Bologna, città nella quale ha vissuto fino a martedì scorso, giorno del suo rimpatrio. Un’espulsione dovuta a un altro episodio di tentato stupro, avvenuto, nell’appartamento in cui viveva, il 30 giugno scorso, ad opera di un suo connazionale. A chiamare la polizia erano stati i vicini, allarmati dalle urla provenienti dall’abitazione. Al loro arrivo gli agenti hanno scoperto che su Faith pendevano due decreti di espulsione, mai eseguiti, per cui l’hanno portata al Cie. A nulla sono serviti i 500 euro da lei pagati per l’ultima sanatoria dedicata a colf e badanti. Per completare la pratica di regolarizzazione mancava ancora la convocazione da parte della questura.E’ partita così la procedura di rimpatrio. L’avvocato della ragazza, Alessandro Vitale, ha fatto richiesta di permesso di soggiorno temporaneo ed è ricorso contro l’espulsione facendo anche domanda di asilo politico. Sforzi che si sono rivelati inutili. Il legale è convinto che l’espulsione di Faith dovesse essere sospesa proprio in virtù della richiesta d’asilo presentata e di tutta la documentazione allegata. E questo anche se il tutto è stato depositato "quando l’espulsione era in corso", spiega Vitale sottolineando che "tutti gli uffici di polizia che hanno preso in carico Faith fino all’aeroporto di Fiumicino" erano stati da lui messi a conoscenza della posizione della giovane.Col rientro in patria ora è ripartito il processo. E l’unica cosa che resta da fare, dice l’avvocato, "è appellarci allo Stato italiano perché intervenga, oppure a un’associazione internazionale come Amnesty International". Al governo italiano si appella anche il fidanzato di Faith, un lavoratore, migrante come lei, che per primo le aveva dato ospitalità accogliendola nella propria casa.

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