IL CONGRESSO DI LEGACOOP RAVENNA


RAVENNA 10 FEBBRAIO “Cooperare cambiare crescere”; queste le parole d’ordine della XVII Assemblea congressuale di Legacoop Ravenna, in occasione del quale l’associazione ha presentato un bilancio positivo: il numero delle posizioni associative è salito a 171 mila con un incremento fra il 35% e il 40% negli ultimi dieci anni. Tra queste ci sono anche figure professionali nuove, frutto dell’impegno nella promozione di piccole e medie cooperative, come ha spiegato Giovanni Monti, riconfermato presidente “quale possibile risposta al bisogno occupazionale di un territorio: l’autoimpresa”. Nel 2010, dopo gli anni più difficili (2008 e 2009) Legacoop ha registrato una lieve ripresa di fatturato e redditività “ma solo fra qualche anno si capiranno davvero i nuovi equilibri – ha continuato Monti – ed anche per questo è doveroso ripensare il sistema, anche quello cooperativo, mettersi in discussione, esplorare nuove modalità di fare impresa, e di fare cooperativa, anche in nuovi settori di attività: pensando al lavoro, ai giovani, alle Pmi associate in consorzi e cooperative”.Nell’ipotesi di avviare un’impresa il 39 per cento dei ravennati sceglierebbe la forma cooperativa. Il dato emerge da una ricerca di SWG sul ruolo di Legacoop a Ravenna compiuta intervistando un campione di popolazione locale. Nella presentazione di questa mattina, in occasione della XVII Assemblea Congressuale Provinciale delle Cooperative di Legacoop Ravenna, è emerso infatti come il 62 per cento degli intervistati abbia molta o abbastanza fiducia nelle cooperative; solo il 51 per cento ne ha altrettanta nelle imprese di capitale.Nelle interviste Legacoop viene unanimemente recepita come un’organizzazione forte e storica, ma soprattutto centrale nel panorama economico. Non solo, ma viene segnalata anche come associazione dall’eccellente capacità di rappresentanza e un interlocutore importante per tutte le forze sociali del territorio. Le viene riconosciuto quindi un ruolo di primaria importanza sia dal punto di vista sociale che economico. Altro punto di forza dell’associazione, secondo gli intervistati, è la sua capacità di coordinare l’universo cooperativo in tutte le sue sfaccettature.Tra le debolezze risaltano invece l’esigenza di rafforzare la capacità di guidare gli associati nei momenti di difficoltà, la necessità di aumentare la capacità di indirizzarli verso un mercato in continua evoluzione e la scarsa incisività dal punto di vista comunicativo.Cinque le priorità emerse: infrastrutture (il Porto di Ravenna, in sinergia con i porti dell’alto Adriatico, deve diventare uno dei centri logistici intermodali (acqua, ferro, gomma) di dimensione regionale e nazionale, in grado di agganciare, con le opportune relazioni politiche e imprenditoriali, i flussi per i nuovi mercati sia di beni sia di persone); qualificazione del welfare e dei servizi sociali; rilancio del turismo, con la valorizzazione dei beni culturali, ambientali e dei prodotti del territorio; qualificazione del Sistema agroalimentare e del suo rapporto con la distribuzione e i consumatori; creazione di lavoro soprattutto per i giovani e per le piccole imprese, affrontando la precarietà del lavoro stesso.Spiega Giovanni Monti: “Il mondo cooperativo sta governando la crisi in essere ma occorre cambiare per essere utili alla società, per crescere, per essere la cooperazione dell’offerta e anche della domanda, per interpretare i nuovi bisogni che emergono, per creare nuove attività, quindi lavoro e fare in modo che la connessione efficienza e solidarietà sia sempre più forte”.Ciò significa che, da un lato, i settori consolidati (le cooperative di costruzione, di distribuzione, di trasporto e logistica, movimentazione merci e persone, la cooperazione sociale e la cooperazione di servizio, le industriali, l’agro alimentare, le culturali) devono procedere secondo logiche innovative per creare un nuovo livello competitivo e di nuova eccellenza. Dall’altro, alcune delle nuove aree di attività da sviluppare nei prossimi mesi potrebbero riguardare: il ciclo dell’acqua e la difesa delle coste; il ciclo dell’energia e la green economy; il ciclo dei rifiuti; la ricerca e sviluppo (farmaceutica, domotica, nutroceutica, ad esempio); la cooperazione della comunità; la qualificazione urbana e le politiche della casa; l’organizzare in cooperativa dei “beni comuni”; la diffusione della cultura cooperativa e della progettualità cooperativa in particolare nei campi della sussidiarietà e dell’autorganizzazione.Dal Congresso di Legacoop Ravenna è emerso che la riorganizzazione e l’innovazione per essere tali hanno bisogno anche di “nuovi patti”: un nuovo patto tra capitali privati, pubblici e bancari; un nuovo patto tra cooperazione, lavoro e capitale per creare le condizioni di una nuova competitività e crescita del sistema imprenditoriale, che generi nuovi posti di lavoro e migliori l’efficienza delle imprese, recuperando produttività senza scaricare erroneamente tutto l’onere della produzione di maggiore produttività sul lavoro; un nuovo patto tra lavoro e impresa-cooperativa, tra cooperative, movimento cooperativo e sindacati. Per i soci lavoratori occorre verificare il pieno funzionamento dell’autogestione, della democrazia interna, la piena funzionalità degli strumenti di distribuzione del reddito e di corretto equilibrio tra i vari poteri della governance. Per i dipendenti occorre assicurare le condizioni per un buon lavoro in cooperativa, ma anche forme innovative di “coinvolgimento nella gestione”. “È opportuno pensare a strumenti di controllo e di partecipazione, da parte dei lavoratori, agli organi decisionali delle cooperative e creare osservatori dell’equa distribuzione del reddito d’impresa prodotto – ha precisato il presidente Monti, aggiungendo: “Ė evidente che a fronte di ciò va attivata una flessibilità condivisa che dia un contributo, assieme agli investimenti e all’innovazione, a un recupero di produttività delle imprese cooperative. Ė oltremodo chiaro che, senza un recupero della marginalità d’impresa, non ci sono spazi per “dare di più” al lavoro perché sia più stabile (nelle cooperative il lavoro stabile è alto, l’85% dei lavoratori ne usufruiscono, il che non è poco!) né spazi per affrontare, al contempo, il tema della precarietà e delle misure per aiutare la previdenza integrativa dei più giovani, come vorremmo ulteriormente fare”.Ravenna, come territorio, potrebbe in questo senso diventare oggetto di una nuova sperimentazione e Legacoop ha esortato, dal Congresso, un confronto fra le centrali cooperative per individuare proposte comuni da sottoporre ai sindacati e al tavolo degli imprenditori, per farne oggetto di innovazione territoriale.Un nuovo patto occorre anche fra le “generazioni di cooperatori”,per aprire un equilibrato processo di ricambio sia nella “filiera” sociale sia in quella della gestione delle associate a Legacoop: potrebbe essere creata una “scuola cooperativa”, una “Legacoop University”, nella dimensione regionale e nazionale, così come anche proposto dal documento di Legacoop Emilia Romagna.

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