“Qui si lavora, non si prega”


C’è bisogno di regole in Italia. Regole che valgano per tutti e rispetto alle quali nessuno sia privilegiato. Regole per gli amministratori pubblici e per i politici, regole di convivenza per tutti i cittadini, regole per chi viene in questo paese a lavorare, regole per gli eccessi della magistratura e per gli eccessi degli intoccabili dalla magistratura.Sembra questo un pensiero condiviso (e condivisibile) sia a destra che a sinistra.Eppure, proprio in Emilia-Romagna, c’è una zona grigia all’interno della quale non si capisce se esistono regole precise e come siano applicate. Stiamo parlando delle moschee, i luoghi di culto di una fetta importante degli immigrati in Italia. La situazione a cui ci riferiamo non è però la tanto urlata e poco provata connivenza tra moschee e terrorismo internazionale. La mancanza di regole precise sta in quell’insieme di atteggiamenti vessatori che i pubblici amministratori assumono rispetto alla gestione dei luoghi di culto islamici.Iniziamo da Parma, che quanto a xenofobia sembra che ultimamente non si stia facendo mancare nulla. A Parma la moschea (il centro islamico per l’esattezza) è ospitata in un capannone lontano dal centro abitato, in una via (Campanini) di una zona industriale completamente isolata dalla vista e dalla portata della maggioranza dei parmigiani. Nonostante sia una delle moschee più grandi d’Italia. Qualche vicino italiano c’è e infatti sin dall’inizio la moschea era stata accolta con il cartello di benvenuto: “Qui si lavora, non si prega” proprio degno di un paese cattolicamente caritatevole come l’Italia e di una regione tradizionalmente rispettosa e accogliente come l’Emilia. Vabbè… qualche idiota in giro si trova sempre, anche a Parma.Qualche giorno fa però arriva una lettera dal Comune in cui si intima ai responsabili del centro islamico di sgombrare i locali da qualsiasi cosa possa prendere fuoco compresi i tappeti da preghiera e i libri per insegnare ai bambini non certo come fare le bombe ma la propria religione e a parlare la propria lingua d’origine.Elvio Ubaldi (che per secondo nome non fa certo Hussein come il presidente americano Obama), presidente del consiglio comunale, commenta: “Ci sono tanti luoghi aperti al pubblico che, se ispezionati con un rigore ferreo relativo alle norme di sicurezza, dovrebbero essere chiusi”. Una intimazione, quella del Comune, ai limiti della vessazione insomma. E continua lo stesso Ubaldi: “Non capisco perché sia stato preso un provvedimento così urgente. In genere prima di far chiudere un locale si dà un periodo di tempo per rimuovere le cause dell’illegalità”. Non capisce Ubaldi, ma forse glielo potremmo spiegare noi che in Italia e anche in Emilia la tolleranza verso gli islamici è vicina allo zero. A Reggio Emilia qualche tempo fa un assessore si vantava del fatto che la polizia avesse effettuato tipo 60 controlli in due mesi nei 4-5 kebab di un quartiere cittadino.Ma noi siamo probabilmente di parte e allora citiamo le parole di Luciano Mazzoni, coordinatore del Forum interreligioso di Parma: “Le chiese cattoliche sono certamente molto più sature di materiali infiammabili, basta pensare alle candele. Usare due pesi e due misure non è etico”.Adesso la moschea di Parma ha ripreso a funzionare, ma è un capannone vuoto, senza nemmeno i tappeti da preghiera in terra. Immaginiamo lo stato d’animo della comunità islamica.Ci spostiamo in provincia di Modena e in una terra amministrata dal centro-sinistra: Sassuolo. Qui il comune ha sottoposto un accordo alla locale associazione islamica Al Huda per risolvere la questione della moschea. Gli immigrati di religione musulmana della cittadina sono da tempo “in lotta” per ottenere uno spazio dove pregare e hanno occupato nei mesi scorsi un capannone, dichiarato inagibile (immaginiamo lo abbiano fatto non per sfidare la legge italiana ma perché non avessero altra soluzione). Adesso la proposta (pre-elettorale, va detto) del Comune è questa: che gli islamici sgombrino la moschea provvisoria e firmino subito un accordo con l’amministrazione comunale; in cambio lo stesso comune si impegna a trovare una sistemazione definitiva.E fin qui niente da eccepire.Salvo che…. niente moschea da subito e firma del protocollo. Il quale protocollo prevede le seguenti regole: adozione della lingua italiana all’interno dell’area individuata, la pulizia e il decoro delle aree esterne, la costituzione di un comitato di garanzia composto da quattro membri (di cui due nominati dal Comune), che dovrà sovrintendere la gestione ordinaria e straordinaria dell’associazione. "La violazione di una soltanto delle prescrizioni, così come eventuali condanne penali a carico dei componenti dell’ organo direttivo – aggiunge il sindaco Graziano Pattuzzi – porterà alla risoluzione dell’accordo".Ma che Paese siamo mai diventati? ci viene da pensare. Se crediamo alle invasioni barbariche e che i barbari siano i musulmani, allora l’unica difesa è associarci a questo ipotetico imbarbarimento? Oppure non sarebbe meglio trovare regole rispettose di tutti, valide per i musulmani e per gli altri, Non siamo così estremisti da pensare alla Chiesa cattolica, che in Italia è ormai tornata a essere religione di Stato, alla faccia della Costituzione repubblicana. Pensiamo ai cori gospel in inglese delle chiese metodiste, alle cerimonie delle comunità ortodosse, al culto all’interno della grande Sinagoga di Roma. Tutti dovranno usare solo l’italiano, pulire l’esterno degli edifici, avere un comitato di garanzia a metà nominato dal Comune? E se uno di questi membri (immaginiamo anche uno di quelli comunali) viene condannato, tutta la comunità religiosa viene “sciolta” o almeno privata del proprio luogo di preghiera? Immaginiamo che se dal rabbino Elio Toaff un giorno si fosse presentato Francesco Rutelli con questa richiesta sarebbe stato preso giustamente a scarpate come Bush in Iraq.In Inghilterra agli operai italiani danno del “terrone”, li insultano, vorrebbero cacciarli via. Magari hanno visto giusto: i barbari siamo noi. Meglio che restiamo a casa nostra, con le nostre patetiche regole di comportamento pre-rivoluzione francese.Liberté, egalité, fraternité. Robaccia da Robespierre, signor sindaco Vignali.Fede, speranza e carità. Lasciamole ai preti, no? signor sindaco Pattuzzi.

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