Quelli che l’acqua non la vogliono privatizzata


4 FEB. 2011 – ‘Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.’ Lo diceva il Mahatma Gandhi. Un motto che è stato fatto proprio dagli attivisti del Forum dei movimenti per l’acqua e che finora sta rispecchiando la loro storia. Rimasta lettera morta la loro proposta di legge d’iniziativa popolare per la ri-pubblicizzazione del servizio idrico integrato, ora diventa realtà il referendum chiesto sullo stesso tema. Se per far discutere in Parlamento un testo deciso dal basso non erano bastate 406 mila firme di cittadini, stavolta nulla ha potuto contrastare un’ondata di un milione e quattrocentomila adesioni in favore della consultazione referendaria. Il numero più alto di sottoscrizioni mai raccolto nella storia repubblicana d’Italia.Raccolto anche il benestare della Consulta, la campagna referendaria è già iniziata. I quesiti, sono due, vogliono demolire nel nocciolo il decreto Ronchi, ovvero la Legge 166 del 2009, che consente l’affidamento a soggetti privati dei servizi idrici. Il primo quesito mette un freno alla road map pianificata dal governo per gettare in pasto al mercato tutte le gestione di servizi idrici integrati con capitale ancora totalmente pubblico. Il secondo quesito, invece, impedisce che i privati attacchino la loro cannuccia alle bollette per trarre profitti blindati e non vincolati a nessun miglioramento del servizio.Spiegare il referendum al pubblico degli elettori sarà forse la cosa più difficile. La materia non è che si mandi giù proprio come un bicchiere d’acqua. Ma suonare il campanello del caro prezzi sarà sicuramente un richiamo efficace all’attenzione. La normativa attualmente in vigore prevede che la tariffa del servizio idrico sia determinata tenendo conto della remunerazione del capitale investito dal privato. "Ogni 100 euro ne paghiamo 21 di remunerazione per gli investimenti" dice Andrea Caselli del comitato emiliano-romagnolo ‘2 sì per l’acqua bene comune’. Le bollette a cui fa riferimento sono quelle della multiutility bolognese Hera. L’Emilia-Romagna è stata tra le regioni più operose per la riuscita della raccolta firme pro referendum. Quasi una firma su dieci è stata raccolta in una delle province che vanno da Piacenza a Rimini. Una mobilitazione che ha coinvolto realtà tra loro molto variegate, a partire da enti locali come comuni e province, centri sociali, parrocchie e associazioni cattoliche. Alla Regione ora i militanti dell’acqua bene comune chiedono "una dimostrazione di volontà politica in favore di una gestione a forte caratterizzazione pubblica" e a quelle aziende, come Sogea e Geovest, che hanno già messo a gara alcuni servizi dicono di "fermarsi almeno fino al voto".Per la data del referendum è ancora presto. Potrebbe tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno. Ma se vi saranno le elezioni politiche anticipate si slitterà al prossimo autunno. Per i comitati, ad ogni modo, la parole d’ordine è "vietato cincischiare". Banchetti e gazebo sono già pronti per quella che è stata chiamata "fase finale". Oltre a divulgare i perché dei due Sì da barrare sulle schede, ci sono da reperire i fondi per il materiale informativo. Oltre alle donazioni, i simpatizzanti possono fare anche dei prestiti. "Restituiremo tutto quando ci arriveranno i rimborsi elettorali", ha spiegato Caselli.

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