Quale sorte per il Buccaneer?


28 MAG. 2009 – Ne hanno parlato per giorni, forse anche per settimane. Margherita Boniver, inviato speciale del ministro degli Esteri Franco Frattini per le emergenze umanitarie, si è addirittura recata in missione in Somalia per incontrare le autorità della regione semiautonoma del Puntland. Ma poi, ad un certo punto, sulla sorte del Buccaneer è calato il silenzio.Eppure sono ormai 46 giorni che il rimorchiatore di proprietà della società ravennate Microperi è nelle mani dei pirati al largo del golfo di Aden. A bordo ci sono 16 ostaggi: sono i membri dell’equipaggio, e 10 di loro sono italiani. Tutto è cominciato sabato 11 aprile, alla vigilia di Pasqua, quando il Buccaneer, un’imbarcazione di 75 metri battente bandiera italiana ma gestita da una compagnia degli Emirati Arabi Uniti, è stata assalita dai pirati mentre stava trasportando a Suez due piccole bettole. Da quel momento, alcuni dei marinai sequestrati a bordo del rimorchiatore hanno potuto telefonare diverse volte alle loro famiglie in Italia. Prima Pasquale Mulone di Mazara del Vallo, nel Trapanese, e poi Vincenzo Montella e Giovanni Vollaro di Torre del Greco, in provincia di Napoli, hanno rassicurato i parenti sul loro stato di salute, ma nel contempo si sono fatti messaggeri di continui ultimatum puntualmente disattesi dai predoni del mare. Gli ultimi contatti con i marittimi risalgono alla fine di aprile, quando una tensione crescente ha convinto la Farnesina, che fin da subito si era attivata per trovare una soluzione al sequestro dei propri connazionali, ad inviare direttamente sul posto un suo rappresentante. Il primo maggio, dunque, Margherita Boniver si è recata a Nairobi, per parlare con i membri del governo di transizione somalo, poi nel Puntland, la cui costa è la base della pirateria. Dopo il suo rientro a Roma, però, la vicenda è finita nel dimenticatoio.Il vero problema sembra la situazione di stallo in cui versano le trattative per la liberazione dell’equipaggio. Il ministero degli Esteri italiano infatti ha da sempre categoricamente scartato l’ipotesi di un blitz, fedele al principio per cui "in questa, come in altre situazioni che vedono connazionali nelle mani di sequestratori, le autorità italiane escludono la possibilità di blitz militari per evitare il rischio di mettere a repentaglio la vita degli ostaggi". D’altra parte, però, le autorità del Puntland – per voce del ministro della Sicurezza, il generale Abdullahi Sahid Samantar – si dichiarano contrarie alle trattative con i pirati su basi economiche, "perchè, anche se non tireremo fuori i soldi noi, siamo convinti che fino a quando si pagheranno riscatti il fenomeno non si interromperà". E questa radicale differenza di vedute ha portato i negoziati in un vero e proprio vicolo cieco.A rendere ancora più complicato lo scenario, c’è il mancato invito al governo automono del Puntland per la riunione del Gruppo internazionale di contatto, in programma a Roma il 9 e il 10 giugno. Si parlerà di pirateria e, in particolare, del sequestro-Buccaneer, ma l’unico interlocutore sarà l’esecutivo di transizione al potere (sulla carta) in Somalia. Samantar ricorda alla Farnesina che "Mogadiscio è lontana" dalle rotte dei pirati e sottolinea come solo la polizia del Puntland possa "fare pressione sui due clan che esprimono i leader della banda che ha preso in ostaggio il rimorchiatore". E proprio per questo, dalla regione semiautonoma chiedono al nostro Paese un aiuto per reperire le risorse necessarie "per poter aver il controllo del territorio".L’assenza di una Guardia costiera sulle coste nord della Somalia è infatti una delle cause principali dell’impennata di attacchi pirata nel 2009 nell’Oceano Indiano occidentale. L’International maritime bureau ne ha già contati 114, contro i 111 registrati nell’intero 2008. E quello che preoccupa è soprattutto il business che cresce attorno alla pirateria, che la alimenta e ne impedisce la scomparsa. Oltre agli innumerevoli finanziatori esteri, ad essere coinvolte sono le compagnie assicurative, che propongono apposite coperture "war policy" specifiche per le zone a rischio. Le perdite derivanti dai pagamenti dei riscatti per le navi assicurate sono in ogni caso inferiori ai 40 o addirittura 60mila dollari che le imbarcazioni sono costrette a pagare ad ogni viaggio. Putroppo gli armatori non hanno scelta: l’alternativa sarebbe sborsare una cifra più o meno equivalente per evitare il pericolosissimo golfo di Aden e circumnavigare l’Africa, rientrando così nel Mediterraneo con una quindicina di giorni di ritardo. E così i pirati continuano indisturbati a solcare i mari dell’Africa orientale, ma più che ai fascinosi filibustieri narrati da Robert Louis Stevenson nell’Isola del Tesoro assomigliano ormai sempre più a dei noiosi doganieri cui bisogna pagare il pedaggio.

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